Excerpt for Linea 1: reazione mortale by Giancarlo Avolio, available in its entirety at Smashwords


GIALLI

9



GIANCARLO AVOLIO



LINEA 1

REAZIONE MORTALE


THRILLER


Massa Editore


Smashwords Edition


© Massa Editore, 2006

Piazza Nicola Amore, 14 80138 Napoli Tel./Fax 081.5630121

www.massaeditore.com massaeditore@libero.it

Tutti i diritti riservati.

ISBN 888783587X

9788887835878


I personaggi e le vicende narrati in questo libro sono frutto della fantasia dell’autore.

Ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale.



ad Anna per la sua dolcezza disarmante



La Fissione nucleare è la reazione chimica in cui un atomo ad elevato numero atomico (ad esempio l’isotopo 235 di uranio), se colpito da un neutrone, si scinde in 2 atomi più “leggeri” liberando forti quantità di energia termica più altri neutroni; questi ultimi, a loro volta, vanno a colpire altri atomi dando vita al processo denominato “reazione a catena”, in grado di autosostenersi.

Tale reazione può essere sfruttata per usi civili, nei reattori delle centrali nucleari per la produzione di energia elettrica, oppure in ambito militare, con la realizzazione di bombe nucleari.

In natura esistono molti giacimenti di uranio naturale, miscela in cui il suo isotopo 238 è al 99,7% e quello 235 è pari allo 0,3%.

Per poter essere usato come materiale fissile nella reazione a catena, l’uranio 235 deve essere portato alla concentrazione del 3% (usi civili) oppure dell’80% (usi militari).

Tale risultato si ottiene con un processo detto “arricchimento di uranio”.



I

L’acqua era limpidissima e, dopo una giornata di sole estivo, non più gelida come al mattino presto. Le onde, basse, si rompevano ben prima che il debole vento le conducesse verso la sabbia chiara di quel piccolo tratto di costa.

Il professor Leonardo De Matteis amava nuotare, verso il tramonto, in quello splendido mare che bagnava un’insenatura circoscritta da una piccola e incontaminata spiaggetta; un posto incantevole che non si trovava ai Caraibi o in qualche isola dei mari del sud, bensì a Sperlonga, piccola località sul litorale laziale. Era raggiungibile in poco più di un’ora di macchina da Napoli e per questo motivo il professore aveva deciso, molti anni prima, di acquistare una villetta proprio lì. Come la quasi totalità dei napoletani aveva un rapporto intenso col mare, benchè quello della sua città, in cui viveva e lavorava, fosse troppo inquinato e sporco da consentire un semplice bagno. Perciò, dopo una settimana di intenso lavoro, era felice di trascorrere con la moglie un weekend all’insegna del completo relax in quel luogo incantevole e relativamente vicino al capoluogo partenopeo.

Col passare degli anni e l’avvicinarsi della pensione sognava il giorno in cui avrebbe finalmente potuto trasferirsi lì, godersi un meritato riposo e dedicarsi per periodi molto più lunghi ai suoi hobby, come ad esempio la pesca subacquea.

Non che avesse dei rimpianti per ciò che Napoli gli aveva dato… anzi!

Aveva raggiunto i vertici della carriera accademica, divenendo professore ordinario alla facoltà di Ingegneria della Federico II. Un traguardo di tutto rispetto, che gli era costato, tuttavia, anni di studio intenso per conseguire la laurea in Ingegneria Elettrica, e, dopo questa, per la successiva specializzazione nei più prestigiosi centri di ricerca internazionali; soprattutto, ciò che amava della sua professione era il contatto quotidiano con i suoi allievi e la possibilità di veder crescere le nuove leve di scienziati e tecnici.

Tuttavia, alla sua età, non più giovanissima, stava cominciando ad affiorare la stanchezza. Sentiva che di lì a poco non avrebbe più retto i ritmi stressanti di una città tanto bella quanto caotica come Napoli.

Per di più il suo lavoro, specialmente negli ultimi anni, era diventato notevolmente più faticoso e per taluni aspetti anche alquanto pericoloso. A cambiare non era stata la sua attività universitaria, alla quale si erano però sovrapposti altri impegni inerenti alle sue competenze nell’ambito della progettazione di impianti e reattori nucleari, competenza ormai rara dopo che in quasi tutte le facoltà di Ingegneria italiane era scomparso il corso di laurea che trattava le tematiche connesse a questa materia, in seguito alla decisione politica successiva al referendum del 1987, di chiudere le centrali elettronucleari del paese.

Si trattava di una consulenza particolarmente delicata e coperta dal massimo di segretezza. Per tali motivi aveva preferito non parlarne neanche con la moglie; si sarebbe preoccupata inutilmente. Al termine della consulenza, però, le avrebbe raccontato tutto, lasciandola di sicuro senza parole.

Giustificarsi con lei, tuttavia, non sarebbe stato troppo difficile; del resto, lo aveva fatto e lo stava facendo ancora per la sua famiglia. Avrebbe garantito ai suoi figli, ormai ventenni, un avvenire di prosperità e di sicurezza economica, che in parte stavano già costruendo studiando in Università straniere di tutto prestigio.

Quel giorno di luglio il mare era più bello del solito. Si poteva vedere il fondo senza difficoltà e, attraverso l’acqua cristallina, era facile scorgere piccoli branchi di pesci che vagavano inseguendosi velocemente. Trovandosi da solo in quell’angolo di paradiso, decise di fare una nuotata al largo; le sue forti e regolari bracciate solcarono l’acqua senza provocare spruzzi superflui. In poco tempo si ritrovò al di là della boa e quando si fermò per prendere fiato, si girò per ammirare la spiaggia vuota sovrastata da una piccola montagna, al di là della quale il sole, ormai al tramonto, inviava i suoi ultimi raggi di luce.

«Eccolo, è lì. Dobbiamo intervenire subito.»

«Ok, andiamo» risposero in due preparandosi ad immergere in acqua.

La piccola barca era partita poco dopo le sei del pomeriggio da Gaeta. Le persone a bordo erano quattro e vestite come dei bagnanti qualsiasi. Tuttavia sarebbe bastato salire un attimo a bordo per rendersi conto immediatamente che lo scopo di quell’uscita non era un semplice bagno a largo.

Per prima cosa il motore, un potente esemplare da oltre duecento cavalli, era decisamente spropositato per quel genere di imbarcazione; sarebbe stato molto più adatto ad un motoscafo impegnato in una gara di velocità! In secondo luogo, tutti i passeggeri erano dotati di binocoli di precisione nonché di particolari ricetrasmittenti in grado di funzionare anche sotto acqua. Infine tutti e quattro avevano bombole di ossigeno che gli avrebbero consentito di rimanere in immersione per molte ore, forse un giorno addirittura.

Osservando tutto ciò, una persona qualunque si sarebbe meravigliata e avrebbe concluso che non potevano essere semplici appassionati del mare o addirittura pescatori.

E infatti non lo erano.

Si trattava in realtà di militari. Per la precisione di sottufficiali del Sismi, il servizio segreto dell’esercito, impegnati in un’operazione a dir poco fuori legge.

Non era la prima volta che il Sismi, in funzione di obiettivi superiori che riguardavano la difesa degli interessi nazionali, si era impegnato in attività “in nero”. Questa volta, però, era diverso. Non c’era da liberare un ostaggio in mano a sequestratori senza scrupoli o di infiltrare un agente in organizzazioni malavitose straniere. Il compito era ben più grave. Si trattava di uccidere.

Assorto nei suoi pensieri, scanditi dal ritmico e piacevole ondeggiare del mare, De Matteis non si accorse della piccola barca da cui, già da un po’ di tempo, lo stavano osservando tenendosi a debita distanza. Da quest’ultima, due dei quattro occupanti si gettarono in acqua, e con l’ausilio delle bombole, nuotarono in immersione diretti verso il professore. La loro velocità era resa ancor più notevole dall’uso di lunghe pinne.

In pochi istanti i due uomini furono a ridosso del loro obiettivo e lo immobilizzarono.

«Chi siete? Cosa volete da me?» urlò disperato quest’ultimo. Ovviamente nessuno lo avrebbe sentito a quella distanza dalla spiaggia.

Improvvisamente uno dei due sub strinse con le sue grosse mani il collo dell’atterrito De Matteis, al quale si fermò il respiro. La sua agonia durò pochi secondi.

Qualche minuto dopo, i due raggiunsero la barca che ripartì a forte velocità.

Occorsero invece molte ore prima che il mare restituisse alla terraferma il cadavere, quasi irriconoscibile, del noto professor Leonardo De Matteis.



II

Subito dopo aver compiuto la loro missione, i quattro agenti del Sismi raggiunsero Roma a bordo di una potente Alfa 156. Lì, avrebbero fatto rapporto al loro ufficiale di riferimento, il temuto colonnello Ugo Battistelli.

Erano entrati nei servizi segreti insieme sette anni prima. Provenivano, infatti, tutti e quattro da un famoso reparto della Marina Italiana; un corpo d’élite, in cui grazie ad un addestramento all’avanguardia, avevano sviluppato capacità di operare in missioni in mare al di fuori del comune.

E anche per quelle loro capacità erano stati scelti. L’aria in macchina era tesa. Nessuno aveva voglia di parlare o di commentare ciò che poco prima avevano fatto. L’impossibilità di rifiutare un ordine di quel tipo non bastava a rasserenarli. Inoltre, pur sapendo che il mondo dei servizi segreti fosse un territorio incerto e “paludoso”, non avrebbero mai pensato di dover difendere la patria uccidendo, e per di più un cittadino italiano!

Quando furono alle porte della capitale il guidatore ridusse notevolmente la velocità. Non era il caso di dare nell’occhio o insospettire qualcuno. Raggiunsero l’appartamento al centro della città, nei pressi di via del Corso, dove era fissato l’appuntamento con il colonnello; dopo pochi minuti di attesa furono fatti accomodare al tavolo della riunione.

Il colonnello Battistelli era impaziente di conoscere i dettagli dell’operazione. Anche per lui il caso era di notevole importanza, ma non perché c’erano dei morti di mezzo.

Prima di svolgere quell’attività al Sismi era stato un pluridecorato ufficiale dell’esercito, partecipando anche a diverse operazioni all’estero.

In particolare ricordava con orgoglio quella in Libano, in cui si era distinto per sprezzo del pericolo e capacità da vero combattente. Nonostante il fatto che i militari, in quel caso, fossero utilizzati non per fare la guerra ma per cercare di far convivere pacificamente le fazioni in lotta, non erano purtroppo mancate situazioni cruente. In una di quelle, era stato costretto a sparare col suo fucile uccidendo all’istante un guerrigliero. Un colpo difficile da digerire, ma dopo alcuni anni, di episodi come quello se ne erano ripetuti. Aveva quindi concluso che, per un militare come lui, il rispetto degli ordini valeva più di ogni sentimento di pietà.

No. Quel caso era importante perché dal suo esito sarebbe scaturito il proseguimento della sua già brillante carriera; gli era stato affidato il comando di quella operazione “in nero” da ambienti molto influenti, ed era sicuro che, a conclusione della vicenda, la ricompensa non si sarebbe fatta attendere.

Dopo essersi salutati, uno dei componenti del gruppo ruppe gli indugi e cominciò a parlare.

«Signor colonnello, la missione che lei ci ha affidato la settimana scorsa è stata compiuta con successo appena tre ore fa. Tutto si è svolto nel migliore dei modi. Il professore era solo e quando, come sempre a quell’ora, si è allontanato dalla riva, siamo entrati in azione. Nel giro di pochi minuti era già tutto finito e siamo ripartiti velocemente. La rapidità con cui abbiamo agito ha evitato che qualcuno si sia accorto di nulla.»

«Un lavoro perfetto» si congratulò Battistelli. «Siete stati all’altezza del compito che vi avevo affidato. Del resto non ho mai dubitato delle vostre qualità... tuttavia vi devo comunicare che le operazioni, purtroppo, non si sono ancora concluse…»

«Ci sembrava di aver fatto tutto quanto stabilito, signor colonnello» replicò uno dei quattro.

«Oh certamente, non intendevo dire questo. Volevo solo comunicarvi che ora vi darò un ulteriore e decisivo compito da svolgere. Confido nella vostra professionalità, poiché questa volta dovremo far presto… due giorni al massimo.»

Ci fu un attimo di silenzio carico di tensione. La vicenda stava iniziando a complicarsi molto.

Battistelli, prima di esplicitare quell’ultima affermazione, si passò nervosamente la mano tra i pochi capelli, bianchi ma rasati come un perfetto militare. Istintivamente andò a sollecitare anche la vistosa cicatrice che aveva in volto, frutto di una rissa con un commilitone avvenuta venti anni prima e degenerata pericolosamente.

«Il professor De Matteis ha, o meglio, aveva un assistente molto fidato all’Università, l’ingegner Mauro Berselli. Praticamente qualsiasi attività accademica, dagli esami alle pubblicazioni su riviste scientifiche, era svolta insieme da loro due. La cosa che però a noi interessa è che il professore ha svolto con Berselli anche l’attività di cui noi siamo venuti a conoscenza. È praticamente l’unico a sapere tutto e ad aver anzi collaborato fattivamente.

Per tali ragioni è essenziale che anche questo ingegner Berselli sia messo in condizione di non agire. È troppo pericoloso, sia per la nazione che per noi stessi. Infatti, quando verrà a sapere della morte di De Matteis, non crederà certo a un incidente casuale. A quel punto potrebbe scegliere di ritirarsi dal gioco e denunciare il tutto. Se ciò accadesse, in galera oltre a lui, e con un reato ben più grave come quello che voi, sotto mio ordine, avete commesso, ci potremmo finire tutti quanti…»

Si fermò un momento ad osservare i volti attenti e tesi dei suoi agenti. Luciano, il più rispettato tra questi, replicò.

«Scusi la mia curiosità, ma mi chiedo perché non avremmo potuto semplicemente arrestare De Matteis e questo suo assistente, senza macchiarci di un terribile omicidio. Credo che le prove che noi abbiamo raccolto siano così schiaccianti che avrebbero assicurato una giusta condanna per entrambi.»

Battistelli, senza scomporsi, giustificò il suo ordine. «In realtà, in una vicenda normale, ci saremmo comportati proprio come lei ha detto. Mi creda, all’inizio, l’idea di dover sacrificare due vite umane non mi lasciava in pace. Tuttavia, il caso di cui noi ci stiamo occupando è troppo delicato e… voi sapete il perchè. Se li avessimo arrestati, la stampa internazionale si sarebbe occupata massicciamente della questione. L’opinione pubblica avrebbe reagito con stupore all’idea che due scienziati di questo paese avessero in qualche modo tradito la loro patria. Infine il governo, sull’onda dell’emozione, avrebbe dovuto rivedere per certi versi la sua posizione in politica estera. Senza contare il rischio concreto che gli arrestati avessero denunciato non solo le loro colpe, ma anche tutto ciò che c’è sotto a questa vicenda e… sotto la città di Napoli! La situazione sarebbe dunque sfuggita di mano. Meglio perciò operare nell’ombra.»

Il suo discorso risultò convincente. Battistelli non fece comunque cenno agli ambienti dai quali erano arrivate pressioni affinché liquidasse la vicenda nel più breve tempo possibile e, soprattutto, nella segretezza più assoluta.

Il colonnello, a questo punto, proseguì.

«Berselli in questo momento è a Napoli. Vi consiglio di partire subito. Il tempo gioca contro di noi.»

Dopo pochi minuti dedicati ai dettagli dell’operazione, i quattro ripartirono a bordo della stessa auto con la quale erano arrivati. Direzione Napoli.

Nella sua camera, invece, soddisfatto per il primo colpo messo a segno, Battistelli alzò la cornetta del telefono e, composto il numero, comunicò all’importante interlocutore gli ultimi sviluppi della vicenda.



III

Quel lunedì era stato un vero massacro. Col caldo afoso di una tipica estate napoletana, Mauro aveva lavorato per più di otto interminabili ore; rintanato nel piccolo studio, fortunatamente dotato di aria condizionata, che l’Università gli concedeva, aveva dovuto correggere le prove scritte dell’ultimo esame assegnate dal professor De Matteis ai suoi studenti. Come al solito, solo pochi compiti erano stati svolti in modo preciso, mentre la maggior parte degli allievi, a giudicare dalla prova sostenuta, avrebbero dovuto studiare quella materia dell’ultimo anno, dal titolo vagamente inquietante, “Plasmi e fusione termonucleare controllata”, ancora per qualche mese. Del resto, tutti sapevano che la facoltà di Ingegneria era tra le più ostiche nel variegato panorama universitario.

Tuttavia per Mauro non era stato così. Aveva percorso il suo iter accademico ad una velocità impressionante, riuscendo a laurearsi alla giovane età di ventitré anni. La media di voto, vicina al trenta, aveva poi dato quel tocco di straordinarietà in grado di renderlo famoso nel giro degli studenti. Pur con questi risultati, non avrebbe mai pensato di intraprendere la carriera accademica dopo gli studi. Riteneva lo stipendio che lo Stato offriva, per il primi anni di carriera, ad un ricercatore, o anche ad un professore, a dir poco offensivo se paragonato a quelli di altre categorie. Inoltre, fin da piccolo, aveva immaginato il suo ruolo di ingegnere in una grande azienda, con segretaria al seguito, compiti di comando sul personale e, cosa da non trascurare, un conto in banca ben più allettante…

Poi, invece, era arrivato l’esame col professor De Matteis, il quale, scrutate le enormi potenzialità del giovane allievo, lo aveva convinto a fargli da assistente.

Non era pentito della scelta fatta, anche perché aveva scoperto che il mondo accademico era ben più esaltante sotto altri punti di vista. Quanto ai soldi, si era via via convinto che non rappresentavano tutto nella vita.

Ultimamente, poi, le cose erano cambiate. Il professor De Matteis era stato nominato consulente per i lavori di completamento della Linea 1 della metropolitana di Napoli, anello portante su cui si estendeva, insieme ad altre linee, l’intera rete su ferro della città. In molti avevano trovato strano che un professore specializzato in Ingegneria Nucleare potesse essere di aiuto ai lavori che riguardavano la più grande opera pubblica civile attualmente in costruzione nel paese; in pochi, tuttavia, erano al corrente di ciò che, durante gli scavi per la realizzazione delle ultime fermate ancora da costruire, era stato ritrovato nel sottosuolo partenopeo.

Si trattava di un grande giacimento di uranio, il materiale radioattivo utilissimo, se lavorato, come “combustibile” nelle centrali nucleari. E non solo...

Trasponapoli, la società impegnata nella realizzazione della linea ferroviaria sotterranea, aveva concordato con il Comune e il Governo di lasciare segreto il ritrovamento, e quest’ultimo, che si era occupato della vicenda attraverso una speciale commissione nominata dal Ministero della Difesa, aveva deciso di intraprendere un’iniziativa davvero top secret.

Il problema era questo: diversi anni prima, nel 1987, in seguito al terribile incidente nucleare nella centrale di Chernobyl, l’Italia, unico tra i paesi occidentali avanzati, aveva indetto un referendum per scegliere se proseguire o meno la produzione di energia elettrica per via nucleare. Naturalmente, sulla scia dell’emozione, il popolo, ignorando l’enorme differenza in termini di sicurezza tra le centrali moderne e quelle di stampo sovietico, ormai superate e mal gestite, aveva preferito chiudere quell’esperienza.

Le conseguenze non erano tardate ad arrivare. Tra queste, la principale consisteva in un gap energetico colmabile soltanto con l’importazione dall’estero, in particolare dalla Francia, di energia prodotta lì, paradossalmente, ancora in buona misura, con potenti centrali nucleari. Al di là del rischio, quindi solo superficialmente ridotto, i costi, visto l’aumento progressivo di domanda di energia, erano in costante aumento. Per non contare un altro costo spesso ignorato ma altrettanto alto: la mancanza tendenziale di professionalità nel settore nucleare civile. Solo in pochi Atenei, infatti, si era deciso di lasciare in piedi il corso di laurea in Ingegneria Nucleare, vista la difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro di tecnici in un paese che aveva optato per chiudere le proprie centrali.

La commissione, formata in prevalenza da militari, ma con una supervisione politica, aveva così deciso di costruire in gran segreto, all’interno del perimetro della metropolitana di Napoli, un grosso impianto per l’arricchimento dell’uranio naturale ritrovato.

L’uranio 238, infatti, presente con una concentrazione del 99.7% nel metallo naturale, per poter essere utilizzato come materiale fissile nella reazione a catena controllata, deve essere arricchito con un suo isotopo, quello 235, portato a sua volta da una concentrazione dello 0,3% a quella del 3%.

È l’uranio arricchito, cioè, il vero combustibile nucleare, per la sua capacità, se bombardato con neutroni, di scindersi emettendo tantissima energia (fissione nucleare) più altri neutroni che vanno a colpire a loro volta altri atomi di uranio; la famosa reazione a catena.

L’idea, già in parte realizzata all’insaputa dei cittadini napoletani, ignari delle vere cause di ritardo nella realizzazione di quel sogno a lungo atteso, consisteva nel costruire una sorta di enorme acceleratore di particelle, di forma circolare (e dal diametro più piccolo rispetto a quello dell’anello metropolitano), in grado di funzionare come una colossale centrifuga per produrre il prezioso uranio arricchito. Magari da poter vendere proprio a coloro dai quali l’Italia acquistava energia…

A sovrintendere alla delicata operazione, palesemente illegale, era stato scelto il professor De Matteis. Come suo principale assistente, Mauro si era ritrovato così molto spesso nelle viscere del capoluogo partenopeo in quel cantiere “segreto” e sorto a debita distanza da quello più esterno e ufficiale, frequentato da tutti gli operai e tecnici.

Il tutto sotto la centralissima piazza Municipio! Quando le cose sembravano essersi stabilizzate ed il segreto in grado di essere gestito, era sopraggiunta una novità ancor più delicata e rischiosa.

Emissari di un non dichiarato paese islamico, e molto interessato al processo di arricchimento dell’uranio, avevano contatto, in gran segreto e all’insaputa del governo italiano, il professor De Matteis proponendogli un affare molto redditizio: impossessarsi di una parte di quell’uranio arricchito prodotto, in cambio di una ricompensa economica a dir poco fantastica.

Cooperare segretamente con un paese che, almeno sulla carta, non era nostro alleato era un fatto molto rischioso. Si rischiava la galera. Soprattutto ora che lo scenario geopolitico internazionale era tanto cambiato, con la contrapposizione sempre più netta tra mondo occidentale e ampi settori dell’Islam estremista.

Il professor De Matteis, pur consapevole di tutto ciò, riteneva che il rischio fosse calcolato; quando ne aveva parlato con Mauro, la risposta era stata che la probabilità di essere scoperti fosse davvero molto bassa, senza contare che di illegale non c’era “solo” la vendita di uranio, ma lo stesso intero progetto dell’acceleratore avviato dal governo italiano! Insomma, se fosse stato scoperto, avrebbe potuto facilmente ricattare un bel po’ di persone influenti…

A prescindere da ciò, l’impressione del professore era che attività come quella godevano in Italia di speciali protezioni. Era famosa la politica filoaraba del nostro paese, che, pur appartenendo al blocco occidentale, non disdegnava di curare anche i suoi interessi commerciali, giustificati dalla posizione strategica nel Mediterraneo e dalla mancanza di fonti energetiche primarie, come petrolio e gas naturale, presenti massicciamente in Africa settentrionale o più ad Est.

Inoltre, anche se dei rischi esistevano, l’offerta avanzata dagli arabi era davvero difficile da poter essere rifiutata…

De Matteis aveva infine aggiunto alle sue motivazioni un imprevisto fattore, a sua detta “morale”. Secondo il suo parere era davvero vergognoso il modo in cui l’Italia trattava le proprie strutture scientifiche e coloro che le presiedevano. Non solo per lo stipendio incredibilmente basso, se paragonato a quello di colleghi americani o inglesi, ma anche e soprattutto per la scarsità di fondi che, in generale, di anno in anno, venivano riservati dal bilancio pubblico all’intero sistema della ricerca scientifica e tecnologica. Secondo il professore, era uno scandalo che si spendesse poco più dell’uno per cento del prodotto interno lordo in questo settore. Percentuale che appariva ancora più misera se paragonata a quella, doppia, dei paesi più industrializzati.

Mauro inizialmente aveva deciso di non partecipare all’affare, già impaurito dall’intera vicenda legata alla costruzione dell’acceleratore, ma, dopo qualche tempo, era divenuto più sensibile all’idea di guadagnare un bel po’ di soldi in un tempo relativamente breve. Tra l’altro aveva in programma il matrimonio con la sua amata Giorgia e le spese che avrebbe dovuto sostenere non erano certo trascurabili. Dopo alcune resistenze, anche comprensibili, aveva dunque accettato di seguire De Matteis in quell’avventura e si era augurato che un giorno non se ne sarebbe dovuto pentire.

Mauro uscì dalla facoltà intorno alle tre del pomeriggio. Come sempre, durante l’estate, si era recato al lavoro con il suo scooter; quando lo raggiunse, sbloccò il lucchetto della grossa catena infilata tra i raggi delle ruote e tolse il bloccasterzo. Dopo aver infilato i vecchi Rayban e indossato il piccolo casco, accese il motore, partendo velocemente diretto verso casa.

Subito dopo di lui, si avviò sgommando anche la 156 che era rimasta ferma per un’ora ad attenderlo.

Percorse viale Augusto e, dopo aver attraversato il tunnel, si ritrovò prima in piazza Sannazzaro, odorosa dei profumi degli ottimi ristoranti e delle famose pizzerie, e poi sul lungomare. All’altezza dello splendido Castel dell’Ovo, notò che la 156 vista nei pressi dell’Università era ancora dietro di lui e procedeva alla stessa sua velocità.

Immaginò che fosse un fatto casuale.

Proseguendo nel suo cammino verso casa vide attraverso lo specchietto retrovisore che il guidatore di quell’auto, pur avendo strada libera, preferiva non sorpassarlo, rimanendo sempre alla stessa distanza; un fatto insolito per il traffico partenopeo.

Giunti nei pressi di un semaforo, come spesso faceva a bordo del suo motorino, non attese che scattasse il verde per svoltare sulla sinistra, in direzione di piazza Vittoria, dalla quale si accedeva alla bellissima villa comunale di Napoli. Accortosi però che anche la 156 prese la sua direzione pur col semaforo rosso, si preoccupò. Di colpo il suo cuore cominciò a pulsare molto più velocemente, mentre il suo organismo accelerò la produzione di adrenalina. Aveva subìto solo una volta una rapina, da ragazzo, e sperò che il suo presentimento non si rivelasse veritiero. Per fugare ogni sospetto accelerò all’improvviso e notò, con un misto di paura e rassegnazione, che l’auto dietro di lui fece ancora lo stesso.

«Merda» imprecò. Decise a quel punto di svoltare subito sulla destra, ma sfortunatamente si imbattè in una lunga colonna di auto imbottigliate nel traffico. Era in trappola! Da dietro si accorse dell’auto e con angoscia osservò che uno dei quattro passeggeri era sceso.

Quel che scorse un attimo dopo lo terrorizzò definitivamente. L’uomo impugnava una grossa pistola, forse con un silenziatore, puntata proprio in direzione della sua testa.

Con una reazione a dir poco acrobatica, Mauro si gettò a terra e poi con un balzo improvviso si rialzò, cominciando a correre disperatamente tra le auto che suonavano con i loro clacson assordanti.

Casa sua era vicina, ma, se avesse preso la via di sempre, ci sarebbe arrivato in una bara, pensò. Imboccò allora un vicolo stretto che conoscevano in pochi e sperò che il suo inseguitore non lo avesse visto.

Fu proprio ciò che avvenne.

L’uomo armato continuò a correre lungo la strada principale, mentre lui, ancora affannato per lo sforzo, proseguì per i quattrocento metri che lo separavano dal portone dell’abitazione. Salì le scale di fretta.

Quando aprì la porta corse in direzione del suo letto, dove rimase per diversi minuti tremante per lo scampato pericolo. Era salvo per miracolo! Dopo un po’, al sopraggiungere delle forze e della lucidità mentale, si alzò stancamente e si sedette al tavolo fissando il televisore spento.

Non era stata una rapina mancata, pensò. Quel tizio voleva ucciderlo! Ma perché? Poco dopo si rese conto che la risposta a quella domanda poteva essere solo una. Il gioco era finito…

Improvvisamente provò paura come mai nella sua vita. Fu in quel preciso istante che decise di scappare. Solo così avrebbe potuto sperare di salvarsi.

Dopo essersi sciacquato la faccia con l’acqua fredda, corse in camera per prendere il telefonino e il mazzo di chiavi della sua auto. Chiudendo la porta di casa, con tristezza si domandò se l’avrebbe mai più rivista.

Un minuto dopo era già in macchina, sfrecciando verso il luogo dove si sarebbe nascosto, almeno per i primi giorni.



IV

«Allora, riepilogando il tutto, verso le nove di sera il corpo del professor De Matteis è stato ritrovato sulla spiaggia ormai privo di vita. A scoprirlo è stata la moglie, Eleonora Piersanti, che, subito dopo, ha chiamato la locale stazione dei Carabinieri e un’ambulanza.»

Il tenente dei Carabinieri Francesco Carloni, con aria austera, ispirata anche dalla divisa da ufficiale pienamente valorizzata dal metro e novanta di statura, stava ricordando ai suoi uomini i soli elementi che fino a quel punto avevano a disposizione in quel caso tutt’altro che semplice da chiarire. I primi passi dell’indagine erano stati fatti dai colleghi della stazione della piccola località di Sperlonga, ma, dopo un po’, la stessa era stata affidata al ROS dell’Arma, il Raggruppamento Operativo Speciale, ed in particolare alla sezione di Napoli. Il ROS, impegnato solitamente in complesse e delicate indagini contro la malavita organizzata, era molto più attrezzato a trattare casi di omicidi strani come quello, e che, per di più, riguardavano persone non certo comuni, quale era il professor De Matteis. Una figura sconosciuta ai più, ma molto nota nella comunità scientifica italiana ed internazionale.

«La moglie inizialmente ha pensato a una disgrazia, provocata forse da un malore del marito o da un improvviso peggioramento delle condizioni del mare. Due elementi che i colleghi di Sperlonga hanno ben presto escluso.»

«Perché è stata abbandonata subito questa pista?» chiese il maresciallo Rapetti.

«Per due motivi fondamentali. Il primo è che il mare era rimasto calmo per tutto il tempo e, quand’anche fosse divenuto più mosso, un nuotatore esperto come De Matteis avrebbe saputo facilmente ritornare sulla spiaggia; il secondo, poi, è stato quello decisivo. Dall’autopsia, eseguita il giorno dopo sul corpo del cadavere, è emerso che il collo del docente presentava dei segni di tumefazione così marcati e localizzati in alcuni punti precisi che il mare non avrebbe mai potuto provocare.»

«Dunque è per questo che si è pensato all’omicidio perpetrato con strangolamento?» intervenne, con aria da primo della classe, il maresciallo.

«Esatto. Uno strangolamento avvenuto quando il professore era ancora a mare, probabilmente al largo, come era solito fare.»

«Ma il professore, a detta della moglie, era da solo in acqua quando lei ha lasciato la spiaggia!»

«Ciò non vuol dire che qualcun altro non sia sopraggiunto successivamente, approfittando proprio del fatto che il professore fosse rimasto da solo. Inoltre, a mio avviso, non possiamo escludere nemmeno un altro tipo di scenario.»

«Quale?» domandò con estrema curiosità Rapetti.

«La possibilità che l’assassino di De Matteis sia arrivato direttamente dal mare, a bordo di una barca…»

«In tal caso quest’ultimo dovrebbe essere un nuotatore esperto, dato che, dopo aver compiuto il delitto, presumibilmente, si è diretto nuovamente verso la barca. E c’è da scommettere che quest’ultima, per non essere vista dal professore, sia stata fermata molto al largo.»

«Ottimo» replicò Carloni. «Vedo che il tuo fiuto non si è perso negli anni, come invece i tuoi poveri capelli.»

Una risata improvvisa scoppiò nella stanza, circostanza utile a rasserenare gli animi e sdrammatizzare l’aria.

«A questo punto le cose che dobbiamo fare sono essenzialmente queste» proseguì il giovane ma già apprezzato tenente.

«Per prima cosa dovremo capire se l’assassino è venuto dalla spiaggia oppure dal mare. In tal caso avrebbe dovuto lasciare qualche traccia, dato che la barca da qualche posto vicino è dovuta pur partire. Poi invece dovremo lavorare al movente. Temo che questa sia la cosa più difficile, dato che De Matteis era una persona al di fuori, a quanto pare, da ambienti pericolosi o criminali.»

Carloni non poteva immaginare naturalmente in quali guai si era messo il docente e il suo assistente dopo esser stato nominato tra i consulenti per la realizzazione del tratto conclusivo della metropolitana di Napoli.

«Per oggi credo che possa bastare. Ci rivedremo tra una settimana qui per aggiornarci sul proseguimento delle indagini. Mi raccomando: per qualsiasi novità rilevante, avvisatemi immediatamente al cellulare.»

Uscirono, e tutti pensarono la stessa cosa. Avrebbero volentieri dormito al fresco dell’aria condizionata della caserma Pastrengo, nel pieno centro della città, piuttosto che passare una nottata insonne alle prese col caldo torrido di quella lunga estate napoletana.



V

Mauro correva in macchina lungo la Domiziana e il vento che entrava dai finestrini completamente aperti produceva un rumore assordante. Prima di partire aveva fatto due telefonate. Innanzitutto a Giorgia; le aveva detto che nei giorni successivi non si sarebbero visti per un impegno improvviso: avrebbe dovuto sostituire un professore all’Università di Salerno, che, a causa di un congresso internazionale, non poteva essere presente alla sessione di esami già in programma. Lei era parsa sospettosa, non tanto per la scusa accampata, che, in sé, poteva essere anche credibile, ma per il modo in cui egli le aveva parlato; si era mostrato un po’ troppo concitato e soprattutto, Giorgia, conoscendolo molto bene, aveva sviluppato una sensibilità tanto marcata da riuscire quasi sempre a riconoscere i casi in cui non era troppo sincero.

La seconda telefonata fu diretta a casa del professor De Matteis. Non aveva risposto nessuno. La moglie era impegnata nei preparativi del funerale...

Mauro invece aveva pensato, ingenuamente, che il professore, sentendosi come lui minacciato, fosse scappato e, probabilmente, proprio a Sperlonga.

Da quando era partito quel maledetto lavoro, infatti, avevano preso in affitto un appartamento molto vicino alla villa di De Matteis. Sarebbe servito sia per la loro attività occulta, fatta molto spesso di incontri con emissari arabi, sia, malauguratamente, per un eventuale nascondiglio nel caso le cose fossero precipitate. L’appartamento, ovviamente, non era stato affittato a loro nome, ma a nome della compagna di Mauro, Giorgia Todini, di cui egli stesso disponeva una copia dei documenti; una scelta che si sarebbe rivelata in seguito del tutto infelice, essendo facilmente prevedibile.

Subito dopo essersi salvato dal suo sconosciuto aggressore, Mauro aveva pensato, preso dall’impeto, di recarsi all’aeroporto di Capodichino e imbarcarsi sul primo aereo in partenza per un paese straniero. Poi aveva concluso che, se lo avesse fatto, avrebbe firmato sicuramente la sua condanna a morte. Le persone che volevano ucciderlo non erano certo degli sprovveduti! Di sicuro avrebbero fatto controllare tutti gli aeroporti e le stazioni ferroviarie del paese da complici dotati di una sua fotografia; catturarlo sarebbe stato un gioco da ragazzi. Per questo aveva pensato di raggiungere Sperlonga dove, insieme al professore, che di certo si era nascosto lì, avrebbe deciso sul da farsi.

Quando attraversò il futuristico ponte sul fiume Garigliano, che segnava il confine tra Campania e Lazio, si sentì rincuorato. Mancava poco alla meta; almeno per un po’ di tempo, lì si sarebbe sentito protetto. Percorse il lungomare di Formia, con le grandi navi militari ormeggiate, e poi, a seguire, dalle curve incredibilmente panoramiche della litoranea, osservò i bagnanti che affollavano i lidi della grande spiagga di Serapo; persone felici e spensierate che, molto probabilmente, dopo un anno di lavoro, si godevano le loro meritate vacanze.

Quel pensiero lo rattristò subito. Avrebbe mai più trascorso un’estate gioiosa in compagnia della sua ragazza, come quella dell’anno precedente? Ricordava quell’esperienza con immensa nostalgia. Avevano fatto una crociera lungo il Mediterraneo dove si erano divertiti tantissimo. Poi una sera, con tutta la naturalezza di cui era capace, le aveva chiesto di sposarlo. Giorgia, fissando delicatamente i suoi penetranti occhi verdi, che insieme alla capigliatura bionda avevano attirato negli anni l’attenzione di diverse sue studentesse all’Università, lo aveva abbracciato e baciato profondamente, non lasciando dubbi sulla commossa risposta.

Aveva proprio rovinato tutto! Ora doveva pensare solo a salvarsi la pelle!

Dopo aver oltrepassato la zona occupata dai tanti campeggi e villaggi turistici ormai pieni, l’indicazione di Sperlonga lo distolse da quei pensieri e Mauro imboccò lo svincolo della via Flacca che lo avrebbe condotto nella piccola ed elitaria località laziale.

Il silenzio del primo pomeriggio nelle stradine deserte lo colpì e affascinò come sempre. Altro che quel trambusto delle strade di Napoli, perennemente trafficate dalla mattina alla sera!

Giunto davanti alla villa di De Matteis, situata in un viale prospiciente al lungomare, parcheggiò la macchina e si avvicinò al cancello.

Il pastore tedesco del professore lo riconobbe e cominciò ad abbaiare. Mauro, allora, bussò il campanello, ma nessuno venne ad aprire. Alzò lo sguardo al piano superiore notando, con molta sorpresa, che tutte le finestre erano chiuse. Si stupì che almeno la moglie non si trovasse lì.

All’improvviso sobbalzò sentendo una voce alle sue spalle.

«Chi è?» chiese, voltandosi di scatto con evidente spavento.

«Sono la vicina di casa dei signori De Matteis. Ho visto che bussava e così sono venuta. Chi cerca?»

«Sono l’ingegner Mauro Berselli, un collaboratore del professor De Matteis all’Università Federico II, a Napoli. Sa, con questo caldo, il professore mi ha invitato a trascorrere qui qualche giorno… non è che per caso lo ha visto?»

«Ma come, non sa nulla?» rispose la donna, quasi mettendosi a piangere. «Il professore è morto; annegato. Il suo cadavere è stato trovato qualche sera fa sulla spiaggia qui vicino…».

Quelle parole furono un’autentica mazzata per Mauro, che, di colpo, avvertì un capogiro. Per non cadere si appoggiò al muro di cinta della villa e la signora, quasi per farsi perdonare il modo un po’ brutale usato per rivelargli quel triste fatto, lo sorresse.

«Si sente bene? Vuole venire a casa mia? Le preparerò un bicchiere di acqua e zucchero e potrà distendersi su una poltrona…».

«Si, si, sto bene, grazie. È stato solo un attimo di sbandamento. Ma è proprio sicura?»

«Si. La cosa mi ha rattristato molto. Era una bravissima persona. Non so proprio come sia potuto accadere; il mare era calmo e lui era un nuotatore esperto. Una vera tragedia!»

Mauro, ancora stordito per la drammatica notizia, ebbe solo la forza di salutare la signora e di rimettersi in macchina. Poco dopo, spaventato a morte e ferito incredibilmente nel profondo del suo animo, si diresse verso l’appartamento vicino alla villa.

Quando vi entrò, aprì subito le finestre per far passare un po’ d’aria.

Era rimasto solo. Non sapeva proprio come quella orrenda vicenda si sarebbe conclusa. E se lui ne avrebbe visto la conclusione…



VI

Gli era sfuggito. Incredibile. Eppure aveva corso il più forte possibile!

Paolo non riusciva a rassegnarsi all’idea che un “professorino” dall’aria impaurita avesse avuto la meglio in quella sorta di inseguimento metropolitano. Quando aveva visto, una volta sceso dall’auto, la lunga strada piena di macchine ferme nel traffico serale, si era sentito certo di portare a termine il compito affidatogli, per quanto odioso che fosse, con la solita freddezza e professionalità. E invece, subito dopo aver preso la Beretta munita di silenziatore dalla tasca della giacca, lo aveva perso di vista. Sparito. Aveva continuato ancora per poco la sua corsa, ma, essendosi reso conto dell’inutilità di quello sforzo, si era fermato, raggiungendo poi i suoi colleghi, rimasti ad attenderlo in auto più tesi che mai. Tutti erano sorpresi per l’abilità ed il coraggio dimostrati da Berselli, che, con una pistola puntata alla nuca, era riuscito a seminare uno dei migliori agenti in servizio al Sismi in quel periodo.

Luciano, mentre guidava sfrecciando sull’autostrada del Sole, nuovamente in direzione di Roma, ruppe il silenzio rafforzato anche dagli spessi vetri antiproiettili.

«Ragazzi, questa storia mi sta cominciando veramente a stufare. Prima l’assassinio di un anonimo professore universitario, poi un mandato per uccidere il suo assistente, che miracolosamente si mette in fuga. Spero che quest’incubo finisca al più presto. Nel giro di una settimana sembra che il nostro lavoro sia cambiato dal raccogliere informazioni riservate a quello di gangster della mafia.»

«Non possiamo farci niente, Luciano» rispose uno dei quattro. «Quando siamo entrati a far parte del servizio, abbiamo implicitamente messo in conto che sarebbe potuto succedere qualcosa di strano. E poi non dimenticarti che siamo militari; quando agiamo, non ci dobbiamo porre troppe domande. I nostri superiori dettano la linea, e, se ora è stato deciso che questa doveva essere la linea da seguire, vorrà dire che il professore e il suo assistente si erano messi proprio in un brutto giro...»

Luciano, per niente convinto degli argomenti appena ascoltati, notò che Paolo era silenzioso e alquanto agitato. «Non preoccuparti, non è stata colpa tua. Se vuoi, poi, potremmo raccontare le cose in modo diverso al colonnello. Potremmo dirgli che Berselli non si era recato oggi all’Università e, pur avendolo cercato ovunque, non lo abbiamo trovato. Oppure inventeremo qualcos’altro...»

«No, no. Mi assumerò tutte le mie responsabilità. Tra l’altro non servirebbe. Battistelli verrà a sapere tutto comunque. Meglio dirglielo in prima persona e poi con lui predisporremo un piano alternativo per completare la missione e andarcene tutti in vacanza per un po’.»

Quando arrivarono a Roma, raggiunsero in piena notte il solito edificio dove li attendeva, ancora sveglio, il colonnello Battistelli.

«Dunque ve lo siete fatti sfuggire…»

«Signor colonnello, la situazione è andata precisamente come le abbiamo riferito. Avevamo preparato ogni cosa nei minimi dettagli, fino a quando Berselli non si è letteralmente volatilizzato facendo perdere le sue tracce. Ovviamente subito dopo abbiamo ispezionato tutta l’area, ma non abbiamo trovato nulla. Molto probabilmente Berselli ha raggiunto la sua abitazione attraverso una stradina secondaria, di cui Napoli è piena.» Fece una pausa, prima di proseguire. «Purtroppo non abbiamo potuto attenderlo sotto casa come sarebbe stato logico fare, dato che il viale dove abita è senza uscita e molto piccolo. Il rischio di insospettire qualcuno sarebbe stato elevatissimo…»

«E a casa, successivamente, avete trovato qualcosa di interessante, che ci possa servire a capire dove si nasconda in questo momento?»

«No. L’unico elemento utile è che l’auto, di solito parcheggiata davanti al palazzo, non c’era più. Poiché in casa non abbiamo trovato le chiavi, dobbiamo dedurre che se ne sia servito per scappare. Per dove, resta comunque un mistero.»

Nella stanza piombò improvvisamente un silenzio imbarazzante.

Battistelli, per scaricare il troppo nervosismo accumulato, accese un sigaro osservando per un attimo il fumo che, lentamente, si diffondeva verso il soffitto creando forme irregolari ma armoniose.

Il suo piano non poteva fallire. Soprattutto ora che il professor De Matteis era già stato ucciso! Non si poteva certo abbandonare tutto così, a metà; sarebbe stato troppo pericoloso. In verità, pensò che se anche avesse potuto trovare una via d’uscita, non avrebbe voluto percorrerla. Sapeva fin troppo bene che quella era la “sua” occasione. Allo Stato Maggiore non lo amavano. Non avevano mai apprezzato le sue doti, e tutto a causa di quell’orrendo carattere che si ritrovava. Da quando poi aveva litigato in modo furioso, durante una riunione, con il capo in persona, il generale Ordini, la sua carriera poteva considerarsi giunta al capolinea.

Se invece quella missione speciale fosse stata portata a termine, la nomina a generale sarebbe stata in qualche modo, non proprio ortodosso, richiesta da una persona troppo influente per essere rifiutata. Avrebbe ricevuto anche un incarico operativo più prestigioso, e, da lì, avrebbe cominciato la lenta ma inesorabile opera di “guerriglia” contro chi lo aveva ostacolato in tutti quegl’anni.

Dopo alcuni secondi di meditazione, Battistelli riprese: «Allora, in questo momento non serve capire perché abbiamo fallito; perderemmo altro tempo. Questo stesso tempo, invece, ci servirà a trovare Berselli. Come prima cosa sarà bene che torniate a Napoli a sorvegliare notte e giorno la sua casa; potrebbe rientrare da un momento all’altro. Se entro uno o due giorni non si fa vivo, allora vorrà dire che ha lasciato la città. Lo cercheremo a quel punto nell’altro posto dove ritengo che, preso dalla paura, possa essersi nascosto.»

«Dove?» domandò Luciano istintivamente.

«Ma a Sperlonga, naturalmente. Non certo nella villa del professore, della cui sorte verrà ben presto a conoscenza, ma in un altro posto in cui credo egli possa sentirsi ingenuamente al sicuro.» Piccola pausa in cui gli agenti capirono che il colonnello alludeva a qualcosa di cui era venuto a conoscenza.

«Ho scoperto, facendo delle ricerche approfondite, che proprio nella cittadina laziale risulta esserci un’abitazione presa in fitto dalla compagna di Berselli. Un fatto curioso per una persona la cui famiglia è emerso essere proprietaria di una villa nell’isola di Ischia usata per i classici soggiorni estivi. Propenderei piuttosto per una copertura ad opera dello stesso Berselli, legata in qualche modo alla sua attività illecita con il professore…».

Dopo i saluti, la riunione notturna finì e tutti, sorpresi per la mole di dati raccolta in poco tempo dal loro superiore, sperarono che la successiva avrebbe segnato la conclusione di quella orrenda storia.



VII

Il tenente Carloni si recò, il giorno dopo il funerale, a casa della vedova del professor De Matteis.

L’appartamento si trovava in un bel condominio di viale Augusto, strada centrale e accattivante nel moderno quartiere Fuorigrotta, caratterizzato da ampi spazi e infrastrutture al servizio di tutta la città come il complesso universitario, lo Stadio, il polo fieristico della Mostra d’Oltremare.

L’anziano ed educato portiere dello stabile, essendo a conoscenza del fatto, lo accompagnò di persona fino al piano dove i coniugi De Matteis abitavano.

Carloni aveva preferito indossare anche quel giorno la divisa, sebbene ciò avrebbe sicuramente turbato ulteriormente la signora, di certo ancora incapace di rassegnarsi all’improvvisa perdita di suo marito.

Quando suonò il campanello dovette attendere pochi istanti prima che la porta si aprisse.

«Salve, lei è Eleonora Piersanti?» chiese in modo retorico.

«Si, sono io. Lei chi è?»

«Sono il tenente Francesco Carloni, dei Carabinieri. Mi perdoni se la disturbo in questo difficile momento, ma vorrei rivolgerle solo qualche domanda.»

«Per quale motivo dovrebbe rivolgermi delle domande? Può immaginare certamente in quale stato mi trovi ora…»

«Mi rendo perfettamente conto; tuttavia è proprio di suo marito che volevo parlarle. Stiamo conducendo un’indagine sulla sua morte e ci sono alcuni elementi che dovremo chiarire. Se lei se la sente, la sua testimonianza potrebbe essere per noi molto preziosa.»

La signora Piersanti, alquanto stupita dalle parole dell’ufficiale, fece entrare Carloni in casa, conducendolo nell’ampio salotto, dove si accomodarono.

«Dunque, se ho capito bene, avete aperto un indagine sulla scomparsa di mio marito. Non sapevo che i Carabinieri si occupassero anche di incidenti mortali. Suppongo che sia per chiarire la dinamica dell’accaduto…»

La donna, completamente vestita di nero e con i corti capelli grigi leggermente disordinati, ricongiunse le mani istintivamente con fare perplesso.

«No, non proprio. Vede, in realtà, non siamo affatto convinti che suo marito sia rimasto vittima di un incidente. Ci sono alcuni elementi che ci fanno ritenere che si sia trattato di un omicidio.»

«Un omicidio?» ripeté a fatica e con angoscia. «Non può essere! Mio marito era proprio una brava persona, sempre benvoluto da tutti… perché qualcuno avrebbe dovuto ucciderlo?»

«La cosa è sembrata strana anche a noi. Naturalmente non è un’idea campata in aria; abbiamo trovato…» fece una piccola pausa dettata da un certo imbarazzo, che a stento trattenne «…chiari segni di strangolamento sul suo collo. Qualcuno deve averlo sorpreso quando si trovava a largo, lontano dalla spiaggia.»

La signora Piersanti chiuse gli occhi; lo shock era stato fortissimo e non sapeva se il suo cuore avrebbe retto a questo nuovo annuncio. Del resto, rassegnarsi di fronte ad una disgrazia, sia pur difficile, era ben altra cosa rispetto al terribile pensiero che qualcuno avesse, deliberatamente e crudelmente, spezzato la vita del suo compagno.

«Ma io non so niente di quel che lei sta dicendo. Perché nessuno mi ha informato?»

«Purtroppo il nostro lavoro, in taluni momenti, ci impone una segretezza assoluta. Qualunque elemento può risultare utile alle indagini. E, anche se a lei potrà sembrare assurdo, all’avvio di un’indagine non si può escludere nulla…»

Prima che Carloni finisse la frase, fu la vedova a intervenire di nuovo.

«Come per esempio, l’ipotesi che sia stata io stessa ad uccidere Leonardo…» la signora Piersanti non riuscì a trattenere una lacrima, che tentò immediatamente di asciugare con un fazzoletto preso dalla tasca.

«In teoria è così. Lo impone la prassi, ma non si preoccupi. Lei non è un’indiziata… Abbiamo diversi testimoni oculari che l’hanno vista allontanarsi dalla spiaggia quando suo marito era ancora in vita.»

«Quindi se è così, perché è venuto da me?»

«Vorrei sapere da lei se suo marito era per caso minacciato da qualcuno, o aveva recentemente avuto un diverbio con qualche persona di sua conoscenza. Non so, c’è qualcosa di strano che è accaduto in questo periodo?» «No, nulla, che io sappia. Conducevamo la solita vita felice insieme. Del suo lavoro all’Università, poi, non era solito parlarmi; credo però che anche lì non ci fosse nulla di nuovo… tranne forse, ora che ci penso, per un periodo strano di circa un anno fa, durante il quale Leonardo mi sembrò più nervoso del solito. Ovviamente, se lei non mi avesse fatto queste domande, lo avrei considerato come sempre, un banale attacco di stress. Ripensandoci ora, invece, alla luce di quanto accaduto…»

«Le disse qualcosa in quei giorni?»

«No, e poi le ho spiegato, sul suo lavoro era molto riservato.»

«Non sa per caso se, all’Università, suo marito aveva qualcuno con cui lavorava insieme, o che comunque era al corrente dell’attività accademica svolta?»

«Si, certo. Mio marito, come tutti i professori ordinari, aveva un assistente. L’ingegner Mauro Berselli. È molto giovane e davvero in gamba. Potrebbe essere nostro figlio... Leonardo ha sempre avuto un rapporto molto intenso con lui. Spesso ci veniva a trovare con la sua fidanzata e si tratteneva con noi a cena. Qualche volta è venuto anche a trovarci nella nostra villa a Sperlonga. Come mio marito, infatti, ha la passione per il mare ed insieme hanno fatto diverse volte pesca subacquea.»

Il tenente Carloni intuì che, probabilmente, quel Berselli poteva risultare molto più utile alle indagini rispetto alla povera vedova. Dopo averla ringraziata per il tempo concessogli in quel difficile momento, la salutò e se ne andò.

Risalito in auto, ordinò all’autista di ripartire. Durante il tragitto accese il telefonino e chiamò il maresciallo Rapetti, al quale era stato affidato il compito di passare al setaccio la situazione economica del professore.

«Allora, hai trovato qualcosa di interessante?»

«Signor tenente, in verità qualcosa di rilevante, si.»

«Di cosa si tratta?» disse incuriosito Carloni.

«Ho scoperto che il professor De Matteis aveva un conto in banca non proprio in buono stato. Anzi. Diciamo che i suoi debiti con l’istituto di credito ammontavano a circa una quarantina di milioni... ventimila euro cioè… un fatto insolito per una persona come lui, per quanto posso valutare.»

In realtà il professor De Matteis aveva creato quella situazione ad arte, per coprire quello che invece, grazie all’attività occulta, era il suo vero stato patrimoniale. Aveva aperto poco tempo prima un conto segreto in Svizzera, uno dei paesi più efficienti a trattare quel tipo di transazioni. Il conto in rosso doveva dunque servire a non insospettire nessuno. Far questo era stato facilissimo. Aveva comprato un anno prima delle azioni di alcune società quotate in borsa rivendendole ad un prezzo di molto inferiore. Il suo fiscalista aveva provato invano a convincerlo assicurandogli che le azioni sarebbero risalite prima o poi; in ogni caso, gli aveva ripetuto che era assurdo investire i propri risparmi in borsa e rivendere i titoli acquistati ad un prezzo inferiore, dopo così poco tempo. Tuttavia non era riuscito a fermarlo, cosa che, ovviamente, sarebbe stato impossibile per chiunque.

«Pare che De Matteis avesse fatto speculazioni sfortunate in borsa. La situazione era talmente precipitata da suggerire alla banca un incontro riservato con il professore, durante il quale il direttore in persona gli aveva annunciato che, di lì in poi, non solo non gli avrebbero concesso più credito, ma che, se non avesse provveduto a ripianare quel buco nel giro di poco tempo, sarebbero stati costretti a mettere sul mercato la sua bella villa a Sperlonga, o, in alternativa, il suo appartamento cittadino.»

«Capisco» disse pensieroso Carloni. «Hai fatto un buon lavoro. Ne riparleremo in caserma con più particolari.»

Quando terminò la chiamata, compose rapidamente l’altro numero, quello del maresciallo, inviato a Gaeta per cercare tracce dell’imbarcazione sospetta.

Ovviamente non aveva trovato niente che potesse aggiungere qualche elemento all’indagine.

«Va bene, in compenso ora abbiamo due piste da battere. Una è quella dei debiti del professore, l’altra è il dottor Berselli, l’assistente. Dobbiamo raggiungerlo al più presto per farci chiarire alcune cose» concluse il tenente.

Quel caso lo stava impegnando sempre di più e, nonostante la proverbiale calma e freddezza apprezzata dai suoi colleghi, Carloni stava cominciando ad accusare un po’ di stress. Desiderava un po’ di tempo libero per concedersi completamente alla sua famiglia; inoltre, da un po’, l’orario di lavoro si era fatto proibitivo costringendolo a saltare l’appuntamento con la partita di calcetto settimanale, sua vera passione, in grado di liberarlo dalla tensione accumulata durante le indagini o le operazioni a rischio. Si impose di riuscire a trovare il tempo per partecipare a quella successiva, augurandosi che il fiato non avesse troppo risentito di quella lunga pausa senza attività fisica.



VIII

Le prime luci dell’alba erano penetrate attraverso le piccole fessure della serranda, nella camera in cui Mauro si trovava. Aveva trascorso una nottata tremenda, e, di certo, non solo per il caldo afoso che lo aveva reso madido di sudore. La sera prima era stato costretto ad ingerire dei tranquillanti per calmare lo stato di agitazione in cui era piombato; tuttavia anche il sonno non era stato riposante.

Si era svegliato praticamente ogni ora e, con gli occhi spalancati, si era ritrovato, nel mezzo del letto, tremante dalla paura per un orribile sogno che si ripresentava puntualmente: fuggiva da una moltitudine impressionante di uomini che lo inseguivano, fino a quando uno di questi, dopo averlo raggiunto, tirava fuori una pistola prendendo la mira; a questo punto, ovviamente, egli iniziava a urlare per la disperazione ritrovandosi, chissà come, col cuscino tra le mani in un’evidente posizione di difesa.

Si alzò e si recò in cucina per fare colazione, pur non avendone molta voglia. Il suo pensiero tornava di nuovo a De Matteis.

Ormai era tutto finito.

Per un momento ricordò i tentativi finalizzati a mettere in guardia il professore circa i rischi che avrebbe corso. Egli, però, si era mostrato del tutto fiducioso sulla riuscita di quel lavoro ed, anzi, per assicurarsi la sua collaborazione, aveva fatto una serie di discorsi inerenti alla moralità della scelta.

Chi era il vero colpevole, gli aveva chiesto, tra loro e lo Stato, che da anni stava, in modo del tutto vergognoso, trascurando gli investimenti in ricerca scientifica e tecnologica? Gli aveva ricordato le immense difficoltà in cui erano costretti ad operare i migliori scienziati del paese, offesi da stipendi ridicoli e da laboratori del tutto privi della strumentazione necessaria. Non era un caso che molti di questi avessero preferito lasciare l’Italia e recarsi in America o in altri paesi europei, dove il loro lavoro era stato valorizzato al massimo. E non era servito a niente organizzare gruppi di pressione che avevano chiesto al Governo e al Parlamento di aumentare i fondi del settore. La mancanza di cultura e la scarsa sensibilità avevano impedito alle autorità di capire che non investire in ricerca e sviluppo equivaleva a commettere un oltraggio nei confronti delle nuove generazioni, le quali avrebbero vissuto, ovviamente, in un paese più povero.

Il paese con cui erano in contatto avrebbe impiegato l’uranio per migliorare le condizioni della gente. Guardavano quei poveri bambini in televisione, ma chi di loro rischiava qualcosa per aiutarli concretamente? Era giusto che le solite superpotenze decidessero da sole e per fini egoistici sui destini di milioni di individui condannati alla povertà?

Gran parte dei soldi, poi, li avrebbero usati per le loro ricerche, avrebbero dimostrato con i fatti che i finanziamenti erano necessari...

Quei ragionamenti appassionati lo avevano a poco a poco convinto, anche se, sul versante dei rischi, il suo parere era molto diverso da quello del professore.

I fatti di quei giorni gli stavano dando ragione. Mentre pensava ciò, gli venne in mente un paragone con un principio molto importante appreso durante gli studi all’Università: un qualsiasi sistema, sia esso un circuito elettronico o una trave da costruzione, è descrivibile mediante una funzione caratteristica, in gergo ingegneristico detta “Risposta Armonica”, studiando la quale, si può vedere come il sistema risponde ad una sollecitazione esterna, al variare della frequenza di quest’ultima. La cosa interessante sta nel fatto che tale risposta non è ovviamente costante a tutte le frequenze, ma presenta dei massimi e dei minimi. In particolare, la frequenza in corrispondenza della quale la risposta è massima si dice “Frequenza di Risonanza”. Dunque, un ingresso a questa frequenza produce una risposta massima del sistema e, in taluni casi, in teoria, essa è talmente alta da danneggiare il sistema stesso. Il concetto poteva essere riassunto con un paradosso divertente: una formica, che cammina alla frequenza di risonanza su un ponte, potrebbe farlo crollare!

Ecco. Il professor De Matteis era rimasto vittima proprio di quel principio: si era immesso nel sistema nel modo sbagliato e al momento sbagliato, e il sistema aveva risposto con tutta la forza e la violenza di cui disponeva; una violenza che non aveva esitato ad annientarlo, al pari di un uomo che calpesta un fiorellino camminando su un prato…

Dopo qualche attimo di meditazione, Mauro andò in bagno per sciacquarsi la faccia con acqua fredda, in modo da svegliarsi del tutto. Passò poi nell’altra camera, servita a lui e al professore da studio in quei mesi, dove erano montati un computer con stampante, modem, scanner, plotter e tutto ciò che potesse servire al loro lavoro.

Nuovi ricordi gli tornarono alla mente. La nomina del professore a consulente per i lavori di ampliamento della metropolitana di Napoli… questa enorme opera pubblica che andava ad ultimare un gioiello che già ora i napoletani vivevano con orgoglio utilizzandola, con un tasso di ben 100.000 passeggeri al giorno, per spostarsi nel centro cittadino ormai saturo di automobili.

La Linea 1 della Metropolitana si sviluppa per circa 15 km, di cui i primi 4 inaugurati nel ’93, con 19 stazioni, tra l’estrema periferia di Piscinola ed il cuore di piazza Dante, attraversando l’area centrale e commerciale della città e creando così un collegamento tra la zona bassa e portuale e l’entroterra napoletano; tra le periferie a nord e la stazione ferroviaria. Nel Piano Comunale dei Trasporti, inoltre, la Linea 1 aveva assunto il ruolo di asse portante dell’anello integrato di trasporto pubblico a servizio della città di Napoli, grazie anche alle numerose interconnessioni con la vecchia Linea 2 già esistente e con le altre in progetto. Il tutto corredato da ampi parcheggi utili per l’interscambio con gli altri mezzi di trasporto consentendo l’abbandono dell’autovettura privata a chi giungeva nel capoluogo da numerosi comuni limitrofi.

I lavori di ampliamento riguardavano il collegamento tra la fermata di piazza Dante e quella della stazione Centrale, con la progettazione e realizzazione, avviata già da qualche anno, di 5 nuove stazioni intermedie, tra cui quelle importantissime di piazza Municipio e dell’Università al corso Umberto.

Il grande anello stava per chiudersi con la realizzazione dell’ultimo tratto, passante per il moderno Centro Direzionale e l’aeroporto di Capodichino, fino ad arrivare, all’altra estremità, alla stazione di Piscinola.


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