Fumando una sigaretta
Riccardo Maffey
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Smashwords Edition 2010
Copyright Riccardo Maffey 2008
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Cover by Joleene Naylor
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Uno
Roma, venerdì 10 settembre 1943
Un altro brivido nella schiena: sente il rombo delle moto. Eh sì, saranno BMW 750. E che importanza ha, che cosa gliene frega, a lui, della cilindrata? Avanti, ormai è ora di muoversi. Si arrampica sul tram, e guarda attraverso i vetri. Ah ecco, devono essere i paracadutisti dell'XI Fliegerkorps. Sbucheranno da ogni angolo. Già, queste strade portano tutte a Porta San Giovanni: così tra poco la soldataglia teutonica bivaccherà davanti alla statua di San Francesco.
Salta giù. E vede il tenente impettito e olimpico da quel glorioso aristocratico che è, e lo vede a ridosso del furgone della Teti intento a scrutare l'imbocco di via Magna Grecia. Quasi quasi ora lo chiama; gli grida: Auguri, principe. Ma che s'è ammattito? Calma, calma. Si gira verso via Carlo Felice. Fa col capo segno di sì ai granatieri. Vede il capitano fermo in piedi laggiù accanto alla barricata, con le spalle alla piazza. Solleva dritto il pollice. Non gli va d'aspettare che quello si volti: s'accovaccia di nuovo. Santo Dio, comincia a tremare. Vorrebbe avere il sangue freddo del capitano e del tenente, ma uno il coraggio non se lo può iniettare per endovenosa come un farmaco.
Suvvia, ci dovrà riuscire lo stesso; non si può sputtanare. Ma sì, ci dovrà riuscire perché altrimenti da qualcuno della compagnia il Montalto verrebbe a sapere che lui se l'è fatta nelle brache e lo racconterebbe subito a Febe... Oh no, non è il momento di preoccuparsene. Ah davvero? E di chi o di che cosa si dovrebbe preoccupare? Di Mussolini senza stivali imprigionato chissà dove? Oppure di Sciaboletta e Badoglio, che non si sa se siano vivi o morti? O magari degli excursus metamarxiani di Julie? O molto animosamente, della vecchia signora, che tra qualche minuto gli scoccherà un bel bacio in fronte?
La vecchia signora... sarebbe bello se quello che ripetono come tanti pappagalli quel cagalloni del cappellano e tutti i pretonzoli di santa Madre Chiesa fosse vero. Non temete la morte, figlioli: se voi vi pentite, ma vi pentite sinceramente dei vostri sporchi peccati, il vostro spirito vivrà in beatitudine. Signorsì, lui chiede al buon Dio con la lunga barba d'argento perdono delle scopate che s'è fatto con la moglie di suo cugino e vola in cielo come un angioletto. Stupendo: in cielo. Dove tutti l'aspettano; dove sono tutti ma proprio tutti pronti a accoglierlo per l'eternità. Dove il suo spirito scriverà un gran bel romanzo. Questa volta divino visto che la penna d'oca sarà guidata da un reggimento di santi. Stupendo: l'ha già detto, no?
E se invece non appena si allontana di qui per andare alla carica come don Chisciotte una pallottola gli spappola il cranio e lui non vede e non sente più nulla? Kaput: cessazione d'ogni sentimento. Be' se fosse solo questo ci potrebbe pure stare. La beffa delle beffe è se si gioca gli occhi o tutt'e due le braccia e tutt'e due le gambe. O se prima di giocarsi gli occhi, o le braccia e le gambe, il dolore che prova fa sembrare poca cosa perfino le torture della santa Inquisizione. Santa? Roba da chiodi...
Ma non gli pare l'ora di cambiare musica? Perché dato che gli è venuta in mente non si mette a pensare proprio a Febe? Ma che Febe: se la deve levare dalla testa. Possibile che non capisce un tubo? Julie... a Julie deve pensare. Julie gli vuole bene; sì Julie rappresenta la limpida certezza affettiva, Julie non s'arrabbia mai con lui, neppure per sbaglio. Neppure quando lui si spazientisce; neppure se fa il villano, se smoccola. A lei lui può finanche dire: Guarda che ho rivisto Febe, una che conoscevo con la quale stasera ci scherzerei volentieri tutto nudo su una pelle d'orso. Julie ci riderebbe; sì che ci riderebbe, senza peraltro rivolgergli nessuna domanda indiscreta. Mica gli chiederebbe chi è, com'è, bionda, bruna, alta, bassa, se è sposata, dove abita, se ne era innamorato. Va bene, e poi?
E poi va da sé che Julie qui con lui non c'è e che qualora ci fosse non lo potrebbe salvare dalla vecchia signora. Nemmeno Gesù, Giuseppe e Maria hanno il fottutissimo potere di disdire gli appuntamenti con la vecchia signora. E allora? Allora non resta che andarsene in solluchero al pensiero della medaglia che il Regio Esercito concederà al valoroso sergente Stefano Marras. Alla memoria, ovviamente. A meno che la vecchia signora non gli dia una semplice toccatina e lo spedisca così non dentro la bara ma sulla sedia a rotelle. Oh Signore, un pizzico d'ottimismo non gli farebbe male.
Ecco, se n'era dimenticato: il sano ottimismo, quello che lo spinge a chiamare la morte vecchia signora anziché repellente megera. Quante parole incoraggianti ma prive di senso. Che significa essere ottimisti quando non fa a tempo a scoppiare la pace con gli angloamericani che nel volgere d'un attimo scoppia la guerra contro gli alleati di cinque minuti fa? Madonna quante stronzate viaggiano impunemente. Le forze armate italiane non compiranno atti d'ostilità contro le forze armate angloamericane ma reagiranno a eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza: bella questa di quella cariatide di Badoglio, eh? Bella o brutta che sia, però, la verità è che lui non regge più la tensione. Mica è stupido, eh? Non gli va di crepare a ventinove anni. Non gli va di passare il resto della vita da invalido. Non gli va di soffrire, di sentire dolore; non gli va di farsi male neppure al dito mignolo. Vigliacco... non sarà per caso un vigliacco? Un vigliacco lui? No, un cretino.
Scatta in piedi; gira intorno al tram. Esce allo scoperto e punta lo sguardo su via Sannio. È inutile girarsi intorno: serve solo a mettergli l'angoscia. Tanto che ci può fare lui, niente. Ormai è impotente, in balia della fortuna. O crepa, o diventa un eroe. Un eroe da sottoscala, un eroe di cartone, un eroe per un atto compiuto per esclusione e spacciato per un atto compiuto per audacia. In fondo, era chiaro come il sole fin dall'inizio ma s'è cacciato lui in questo ginepraio. Non doveva offrirsi, pezzo di fesso che non è altro, non doveva dire: Rimango io col tenente. Doveva fare come Bruno Montalto, che da fascista compatto non se la sente d'incrociare la spada coi tedeschi e che così se n'è sta a casa con la benedizione di Febe. Ora è troppo tardi per tirarsi indietro: vede chiaramente la staffetta che precede i motociclisti coi mitraglieri accanto nei sidecar. Adesso, adesso o mai. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei...
Per Dio, per Dio ce l'ha fatta... l'ha lanciata. Le due moto sbandano di brutto... si capovolgono: la Balilla è scoppiata tra la staffetta e il primo mitragliere. Ce l'ha fatta, ce l'ha fatta, ce l'ha fatta. Fa dietro front. Corre. Corre all'impazzata. Supera la statua di San Francesco. Ode il fracasso di un'altra bomba a mano: ottimo, quella del tenente. Le pallottole dei suoi gli fischiano sopra la testa, porca bestia. Sparano pure le mitragliatrici tedesche. E a zero: ora si becca una raffica nella schiena. Forza la corsa sotto il fuoco incrociato, e va a sbattere sulla barricata di via Carlo Felice. Ha il fiatone: si piega in due. Il capitano lo sorregge.
"Bravo, Marras. Bravo sul serio. Anche il tenente ha fatto centro."
"Sì, me ne sono accorto."
"Proporrò tutt'e due per una decorazione."
"Sono in tanti. Piombano da Porta San Paolo."
"Lo so. Ma la partita è chiusa."
"Chiusa?"
"Un accordo. Tra due minuti scatta il cessate il fuoco."
Due
Londra, martedì 15 febbraio 2005
Brando si volta e getta un'ultima occhiata all'atrio: porco boia come l'hanno snaturata Auntie Beeb da quando nel sessantasette, dopo gli esami di laurea a Oxford, ne aveva varcato la porta per la prima volta. E è cambiata con un tocco di ponderata volgarità per giunta. Spiacevoli, ripugnanti questi controlli elettronici all'ingresso, questo gravoso, indigeribile clima d'ovvia sfiducia, questa grossolana atmosfera da obesa bisca clandestina di lusso. Due passi all'aria aperta lo metteranno di buon umore. E gli daranno anche la serenità per farsi mente locale.
Esce dalla Broadcasting House e pian piano s'incammina verso Oxford Street. Meno male che è una bella giornata. Di qui può andare a Bond Street, scendere giù fino alla stazione di Green Park e prendere la Piccadilly Line per la fermata di Gloucester Road. E così, camminando, valuterà se al dunque gli conviene o no accettare la proposta. D'altra parte il dubbio non nasce tanto dal contenuto del servizio, quanto dall'istintiva antipatia che gli suscitano i nuovi dirigenti. Sì, antipatia: nient'altro che secca antipatia. A che pro fare lo struzzo, nascondere la testa sotto la sabbia? La BBC, inutile negarlo, è finita nelle mani d'una banda di arrivisti grezzi e venali, che oltre al resto cianciano in un inglese di pretta marca brutone.
Invece, così com'è congegnato, il servizio potrebbe andare. Non che lui ne sappia poi molto della difesa o mancata difesa di Roma, ma se non altro per tutt'i resoconti che gli ha fornito mammà a più riprese è pur sempre in grado di mettere nero su bianco. Senza dire che firmare una seria completa, un programma a episodi sulla cattura delle principali città europee da parte della Wehrmacht, con la prima puntata in onda proprio nel sessantesimo anniversario della resa della Germania nazista, potrebbe servire a rispolverare il suo nome, che sembra ormai incapace di scollarsi dalla soffitta dove l'hanno relegato. E c'è inoltre una coincidenza che, soprattutto per un temperamento cabalistico com'è il suo, riveste non scarsa importanza: la proposta gli è stata fatta oggi, che non per nulla è il suo sessantesimo compleanno.
Piuttosto, perché mai i capoccia di Radio 4 hanno pensato a lui? Può capire che nella loro beata genericità ritengano uno storico dell'Italia più che adeguato a ricostruire la difesa di Roma ignorando tout court la differenza tra uno specialista della prima guerra mondiale e un autentico specialista della seconda come i tanti che pullulano nel milieu accademico del Paese. Meno evidente, tuttavia, gli pare il motivo che li ha spinti a offrirgli anche la direzione dell'intero programma, coll'impegno di rivedere le ricostruzioni scritte dai docenti che dovranno descrivere la presa delle altre città occupate durante il conflitto. Alla BBC non potevano non sapere che il povero Brando Malaspina è inchiodato al semplice grado di senior lecturer da vent'anni e che da più di dieci la London School of Economics gli rifiuta la promozione a professore perché in tutto questo tempo ha pubblicato ben poco.
Sta passando ora accanto a John Lewis. Un gruppetto di italiani sguaiatamente agghindati ma chiassosi e gesticolanti gli richiama alla memoria la Roma di cinquanta anni fa. Perché questa scombinata associazione di idee? Allora non pensava che a baloccarsi. Andava alla scuola elementare al Convitto nazionale in piazza Monte Grappa e di pomeriggio riesumava il gioco del sergente Marras. Indossava l'elmetto di cartapesta che gli aveva comprato suo padre; s'infilava tra la cintura e i calzoni corti la pistola a ditalini; si metteva in tasca la scatoletta di Muratti Ariston vuota che doveva rappresentare la bomba a mano Balilla, e dava l'assalto alla colonna tedesca impersonata da quattro o cinque soldatini in sella a altrettante motociclettine di latta a carica manuale.
Come vola questo maledetto tempo. Gli sembra ieri. Ieri, sì. S'era imparato a pappagallo la motivazione della medaglia d'argento conferita al sergente Marras e la recitava prima di slanciarsi contro l'implacabile nemico di latta. Se ci provasse, riuscirebbe a recitarla anche adesso. Ma perché riaffiorano sempre quelle iellate domande cui non sa dare risposte convincenti? Mammà teneva la fotografia di Stefano Marras sulla sua scrivania: perché? E perché aveva incorniciato e appeso al muro come se fosse il ritratto d'un antenato la motivazione della medaglia? Chi era stato questo Stefano Marras, un cugino di suo padre oppure l'amico di mammà? Suo padre era un celebre penalista: come mai in una società classista come l'italiana aveva un cugino sergente? Sua madre era di sinistra, ma aveva la puzza al naso: se Stefano Marras era stato il suo amante, come mai aveva tradito papà con un troupier?
Il gruppo di italiani, sua madre, Stefano Marras, e poi il programma... Il perché dell'associazione di idee? ecco qui un plausibile filo conduttore della sua puntata sulla difesa di Roma. Stefano Marras al centro della vicenda, come simbolo del meglio che si potesse trovare nell'esercito. L'eroe oscuro, il sottufficiale; ovvero l'italiano in armi a metà strada tra il soldato contadino e l'ufficiale d'origine borghese o aristocratica, che da solo compie un beau geste contro il nemico possente e sopraffattore. Mammà: l'ambiente colto, di cui suo padre era un animatore. L'ambiente che si componeva della sinistra, del centro e della destra monarchica nella quale, con atteggiamenti più o meno lapalissiani, confluivano molti ufficiali superiori dell'esercito. L'ambiente che pur comprendendolo non coincideva del tutto con l'ambiente dei partiti politici. Di quei partiti che s'illudevano di mobilitare la popolazione e che invece cozzavano contro la cruda apatia generale. Esatto: l'apatia generale che il gruppo di italiani raffigura. La massa, i romani, l'oggetto passivo della feroce sopraffazione nazifacista. Un popolo irreparabilmente abulico e smidollato. Incapace d'intervenire, d'insorgere, preoccupato solo di se stesso, privo sia d'orgoglio, sia di senso dello Stato, sia di coesione non solo comunitaria ma sociale. Un popolo battagliero nell'alterco, nel litigio spicciolo per la tutela del tornaconto individuale, e tragicamente imbelle nella salvaguardia della propria libertà e del proprio destino.
Probabilmente questo schema si potrebbe pure dimostrare efficace: 'si potrebbe' perché tutto dipende, sì, dalla reazione dei radioascoltatori ma ancora di più da quella ipercritica dei suoi colleghi. Una volta tanto, però, lui dovrebbe comportarsi con noncuranza e spregiudicatezza, e subito dopo agire con furbizia e tempismo. Il che significa ignorare i loro commenti e pubblicare su una rivista specializzata un'elaborazione dotta della sua analisi. Qui entra in gioco sua madre e i diari o gli appunti che ha e che non gli ha mai voluto dare da leggere. Bisogna convincerla a ogni costo; bisogna farle capire senza spaventarla che rifiutandosi di cederli a suo figlio rischia di portarsi nell'aldilà un materiale d'interesse indiscutibile per la storiografia della resistenza.
È già arrivato a Old Bond Street. La vetrina di De Beers gli ricorda che in diciott'anni di convivenza non è mai stato in condizione di donare a Petra una gioia degna di questo nome. Il fatto è anche che Petra è anomala, dannatamente anomala. To be sure, she won't even remember that today is his birthday. Non fa regali a nessuno e non vuole regali da nessuno—e in particolare non li vuole da lui. Magra consolazione. Ma ci sarà una piccola cosa che le piace? Forse un berretto di tweed per le gite in campagna. Sono appena le quattro e dieci. Basterebbe perdere una mezz'ora e fare una capatina da Lock in St Jame's Street. Con un pizzico di fortuna, il berretto e la notizia del programma riaccenderanno il calumet della pace.
Improbabile, però. Su di lui pesa la stessa condanna che pesava su suo padre. Suo padre voleva bene a mammà, molto bene, come lui lo vuole a Petra, e come lui conta meno di zero per Petra così suo padre contava meno di zero virgola zero per mammà. Lui era troppo piccolo per spiegarsi perché papà e mammà litigavano di continuo; ma per quanto piccolo aveva buoni orecchi, e sentiva che dei due non era suo padre il primo a lamentarsi e a alzare la voce. Pover'uomo, papà. La sua memoria gli sarà sempre preziosa, anche se un giorno dovesse avere la prova d'essere, biologicamente, figlio d'un altro uomo...
Maledizione. Ancora. Gli pare il momento d'indugiare nel solito dubbio? Che gli ha ripetuto mammà l'altro giorno? Smettila, Brando, di permettere a un sospetto nevrotico di torturati. Giusto, lui è figlio d'Oscar Malaspina, avvocato e intellettuale della resistenza, non di Stefano Marras, sergente dei granatieri decorato al valore. Non ha tempo per soffermarsi sul passato: non dovrebbe guardare avanti? Ha ben altro cui pensare, lui. Al programma, che deve fare e farà, e anzitutto a Petra. Che a buon conto, dietro la facciata di cinismo, e nonostante la spiccata tendenza alla critica, il vizio inveterato di spaccare il capello in due, d'ingigantire ogni piccolo diverbio, prova qualcosa per lui.
* * * *
Visto, non s'è degnata nemmeno di fargli gli auguri per i suoi sessant'anni. Cerca di capire a che cosa sta pensando ma lei sembra evitare di proposito le sue occhiate.
"Non ti piace, non sei contenta?"
"Sì che sono contenta."
"Hai una faccia... "
"Ma quando la finirai di esaminarmi con questo sguardo indagatore? Lo sai che mi dà fastidio: perché continui?"
"Ma che dici."
"Smettila."
"Petra, chi ti esamina? Volevo solo sapere se ti piace, se ci ho azzeccato."
"Mi piace, mi piace. Lo sai, però: non voglio che spendi per me, tanto meno per cose che non mi servono. In questo momento poi... "
"Ma è solo un berretto."
"Sono soldi sprecati. Questo almeno lo capisci, no?"
"Cos'è che dovrei capire? Perché non capisci tu per prima che facendo il programma guadagnerò qualcosa in più?"
"Siamo alle solite: spendi i soldi prima d'averli intascati."
"Va bene, scusa allora. Basta che non litighiamo per una sciocchezza."
"Dio che uomo esasperante che sei. Lasciami in pace, per favore."
"Ah, ora sono pure esasperante... "
"Mi vuoi lasciare in pace?"
"Ma che t'ho fatto?"
"Brando, io prima o poi ti pianto."
Lo pianta, lo pianta... E se fosse lui a piantare lei? Quel tanto di decisione che occorre per scovare una camera mobiliata decente, preparare la sua roba di giorno quando lei non c'è, buttare giù due righe d'addio e... sparire. Così, senza preavviso, senza scene, soprattutto senza rimpianti. Lasciando il foglio bene in vista sul tavolo. Ciao Petra, non ci vedremo più. Tieniti la casa; tieniti i mobili: io manderò a prendere i miei libri al più presto. Tu hai il tuo stipendio, io il mio. Tu non devi nulla a me, io non devo nulla a te.
Brando si versa mezzo bicchiere di vino e comincia a sbucciare la mela. Almeno la mela non è marcia. Non è come Petra. Petra ormai è marcia, Petra è diventata un'arpia. Non era così quando l'ha conosciuta, quando s'è innamorato di lei. Lui cercava di accontentarla in tutto, se lo ricorda molto bene, e lei sembrava felice. Non voleva tornare a vivere a Innsbruck e gli era grata d'averle permesso di vivere a Londra. Era interessata alla biologia molecolare delle piante, e lui l'ha aiutata per farle fare il dottorato al Royal Holloway. Voleva migliorare l'italiano, e non le pareva vero che lui le parlasse sempre e solo in italiano. Voleva diventare bilingue, e grazie a lui c'è diventata. Merito suo di tutto, per amor del Cielo, nessuno lo mette in dubbio. Non è facile raggiungere il bilinguismo, non è facile prendere il PhD in una disciplina scientifica, ma lui gliene ha offerto la possibilità. Che cosa l'ha resa tanto sgarbata, ostica, intrattabile?
Il guaio è che lui non può fare a meno di lei. Il guaio è anche che lei voleva un uomo diverso e che lui l'ha delusa. Non ha scritto nulla d'originale. Ha lavorato poco; non ha svolto ricerche; s'è gingillato; ha costantemente eluso ogni impegno; ha costantemente rinviato all'indomani i suoi programmi. E eccolo qui. Un routinier che vive l'insegnamento universitario come un maestruccolo di scuola svogliato vive l'insegnamento elementare. Una nullità che s'illude di riconquistare la propria donna con la prospettiva d'una trasmissione divulgativa. Una donna che non è una nullità come lui ma una botanica stimatissima nel suo campo per la genialità delle ipotesi evoluzionistiche.
"Petra, non t'ho detto tutto."
"Oh Cielo, mica ricomincerai?"
"Aspetta, lasciami parlare. Non t'ho detto che non ho intenzione di limitarmi al programma per la BBC: voglio prenderne spunto per condurre un'analisi approfondita sul popolo di Roma durante la guerra. Un'analisi per una pubblicazione specializzata. Sono sicuro di poter dimostrare, dati alla mano, che l'apatia romana affonda le sue radici in un'epoca assai lontana. E che s'è sempre di più consolidata nel tempo per via della dominazione clericale."
"Ottimo. Prova."
"Ma che te ne pare?"
"Mi sembra una buona idea."
"Mi rispondi solo questo?"
"Brando, ne hai fatti tanti di progetti come questi."
"Quindi hai perso la fiducia in me?"
"Ma no."
"Non lo dici convinta."
"Per favore, stacca la spina: non ne posso più della tua petulanza."
La sua petulanza: il ritornello è efficace, non c'è che dire. Ma perché non riesce mai a quagliare con lei? Beve un altro sorso di vino, e s'arrotola una sigaretta. E adesso deve perfino fare finta d'essere soddisfatto di fumarsene una sola al giorno dopo cena. Che burla se quei santoni che credono d'avere scoperto tutto sui danni del fumo alla fine scoprono d'essersi sbagliati. Ma tant'è. I santoni hanno prodotto una pletora di rinnegati e tra questi rinnegati c'è pure Petra. Petra... che non si ricorda d'essersi pippata una paglia dietro l'altra per anni e così lancia tuoni e fulmini contro i fumatori, quando correrebbe a pipparsele una dietro l'altra come prima se le vituperatissime paglie ritornassero di moda.
"Petra, forse te l'ho chiesto altre volte ma te lo chiedo nuovamente: credi nella moda tu?"
"Non desisti, eh? Vuoi parlare... "
"What d'you mean?"
"You know what I mean."
"No, I don't."
"Non ti fermi, vero? Vuoi la mia attenzione, vero? Che bugiardo, che uomo in malafede."
"Non sono un bugiardo, amoruccio mio. La mia domanda era sincera. Sono convinto che se il fumo ritornasse dal giorno alla notte di moda tu saresti la prima a accenderti la sigaretta. Ci scommetterei deci anni di vita."
"E è questo ciò che tu chiami sincerità? Parli spesso come un imbecille ma oggi hai superato te stesso."
"Non volevo offenderti."
"Non ti rendi neanche conto che le tue parole sono una conferma delle mie."
"Sii più esplicita, scienziata delle mie ciabatte: sono un bugiardo o un imbecille? Non te l'ha detto mai nessuno che sei una mezzacalza?" Oh Madonna vergine, ora l'ha persa per sempre. "Perdonami, Petra. Io ti amo, non ce la faccio: non ce la faccio a convivere con la tua indifferenza. Non so quello che dico. Perdonami. Dammi una chance. L'ultima. Voglio scrivere, voglio riciclare. Lo voglio per te. Io ti amo, ti amo, ti amo. Lo capisci? Mi senti? Ti aaamo."
Lei lo fissa, in silenzio. Brando la vede com'era quando s'erano appena messi insieme. Petra, la sua Petra ha venticinqu'anni, non quarantatré. La vede supina sul letto, nuda. Gli piace la pelle leggermente dorata, le gambe tornite, le cosce che poggiate sul materasso sembrano più piene. Non può andare via, non può non vederla mai più, non può farla andare via. Non può, non può... non vuole perderla.
"Petra, Petra... "
"Che vuoi?"
"Ti amo."
"Me l'hai già detto. Un milione di volte. Il tuo non è amore: è nevrosi."
"Mettimi alla prova. Scriverò, amore mio... scriverò. E non t'offenderò, non t'insulterò mai più. Mai più, credimi... perdonami. Dimmi che non è tutto perduto."
"Ti piaccio sempre io?"
" Solo tu mi sei piaciuta, amore mio. Solo tu mi piaci."
"Su, dammi una sigaretta. E accenditene un'altra pure te. Guarda, l'hai spuntata. Fumo... e il fumo non è ritornato di moda. Ma per favore non parlare. Non dire più niente, sta zitto. Zitto. Meno ti sento e meglio sto."
Tre
Roma, domenica 3 ottobre 1943
Che obbrobrio. I tipici mobili della premiata ditta De Capitani. Mondezza pretenziosa che rastrellano questi professionisti traboccanti di quattrini e sguarniti di buon gusto. No, non gli è mai andato giù l'appartamento di via Vittoria Colonna; e oggi il salone gli sembra più goffo e tronfio che mai. Come il padrone di casa.
Stefano osserva suo cugino, che pare avere proprio ora smesso di pontificare seduto nella poltrona dove ristora colla consueta inerzia il pingue sedere delicato, così compiaciuto della sua opulenza e della sua combattività da belligerante in pantofole. E pensare che si chiama pure Oscar: cosa significa etimologicamente, secondo lui, guerriero di Dio? Eh sì, ora è anche cavaliere di cappa e spada. Che bietolone, nonostante l'esperienza del leguleio e l'estro dell'imbonitore. Gli avrà mai parlato qualcuno della fallacia etimologica?
"Né limone né latte, vero?" dice Julie.
Volge gli occhi verso di lei; vede che ha appena finito di versare dal samovar l'acqua bollente nella tazza. "Sì, senza niente: solo una zolletta di zucchero."
Julie gli si avvicina sorridente con la tazza di tè in mano. Gli sorride sempre, lo guarda sempre con affetto. Non è come Febe, che grazie al suo sex appeal si permette di non sorridergli più e di non ricordarsi di quando loro due si rotolavano avvinghiati sull'erba. Stefano s'alza in piedi. Sente l'odore dei chiodi di garofano. Come gli piace: li mettono nell'infuso in Oriente.
"Grazie, Julie. Questo sì che è un profumo voluttuoso."
"Per il nostro eroe anche il nettare sarebbe poco" dice lei.
Dice Oscar: "Dobbiamo trovare un'idea, un tema che tocchi le corde della massa."
"Aspetta e spera." Che fesso impernacchiato, 'sto brutto becco. Stefano gli fa l'occhiolino. Come riesce Julie a sopportarlo? Se gli gira, una di questi giorni manda al diavolo la cautela che s'è imposta con lei per decenza e glielo chiede.
Dice il professor Sinibaldi: "Non sarei così scettico, caro Marras."
"Non è scetticismo, professore, mi creda. Io l'ho vista la voglia che i romani ci hanno di menare le mani."
"Ma caro mio che fai, confondi il popolo romano con i capi dell'esercito?" dice Oscar.
"Io la metterei così" dice Julie. "La voglia di combattere, siamo sinceri, finora non ce l'ha avuta nessuno, né l'esercito né la popolazione civile... "
"E a Roma la popolazione ancora meno dell'esercito."
"No, Stefano, non è giusto questo: lo sforzo della popolazione non è stato inferiore a quello dell'esercito... ma non m'interrompere... Guarda che non parlo per te, perché come t'ho detto tu la tua parte l'hai fatta, eccome. Hai fatto molto, molto più del tuo dovere. Ma la verità è che l'esercito e la popolazione potevano entrambi fare di più e quel di più non l'hanno fatto. Adesso però le cose sono cambiate. Qui non si vive: è come se circolassimo dentro il reticolato d'un enorme campo di concentramento, e perciò io sono del parere che si potrebbe arrivare a una sollevazione popolare. Non di massa, è vero. Ma a una sollevazione di molta gente sì. D'un numero di gente, cioè, sufficiente a condizionare l'occupazione fino al punto da convincere i tedeschi a ritirarsi."
"Brava" dice il professore.
"Nessuno pensa a una sollevazione come a Napoli" dice Oscar. "Il momento è diverso. Ma possiamo costruire una ben solida piattaforma di sostegno popolare, e per arrivare a questo, guardiamoci in faccia, non abbiamo bisogno di ex elementi dell'esercito. Abbiamo bisogno, e ritorno a quello che dicevo prima, d'un tema che tocchi le corde della gente. Della massa, in breve."
"Bravo."
Bravo, bravissimo, il professorone. È un'abilità anche la sua: appropriarsi le parole di chi gli va a genio. Ci avrà fatto ormai l'abitudine sproloquiando al Mamiani. Riproponendo ogni mattina le perle che pesca Natalino Sapegno. Stefano l'osserva. Be', lo dovrebbe ringraziare. A causa di gente come lui ha mollato il Convitto nazionale di Maddaloni. Le cose che vale la pena di sapere non possono essere insegnate. Lo diceva Oscar Wilde, non lo dice lui. E infatti se lui avesse continuato gli studi al convitto si sarebbe fatto una bella cultura di baggianate. Non avrebbe composto neanche un rigo; non avrebbe piazzato la firma neanche sulla carta igienica; non penserebbe di scrivere un secondo romanzo. In compenso avrebbe combattuto la guerra da ufficiale di complemento invece che da semplice sergente; cosa che anche se francamente è la stessa pappa gli avrebbe fruttato la stima della portinaia.
"Mah, se siete così sicuri... Personalmente, tuttavia, rimango della mia modesta opinione. L'unica musica che i romani ascoltano col cuore è quella che serve a distendere le crepe della pancia. Ovvero, come si dice in romanesco, 'dela panza'. I loro orizzonti sono sempre di natura addominale.'
"E falla finita."
"Ma no, Oscar" dice il professore. "È bene che anche Marras dica la sua. Le decisioni migliori nascono sempre dal dibattito, dal contraddittorio... Non è d'accordo anche lei, Marras?"
"Come no. Il contradditorio è più prolifico del coniglio."
"No, non la prenda sullo scherzo."
Il professore s'accende il sigaro e comincia a camminare avanti e indietro. Le zaffate di fumo denso sono diaboliche. Dall'odore si direbbe un Toscano. Stefano spegne la Nazionale. La prenderebbero male: altrimenti chiuderebbe gli occhi e si farebbe un ricco pisolino distensivo. Oppure potrebbe ugualmente chiudere gli occhi e pensare ai fattacci suoi, o magari anche al casino. Non al casino colle puttane ma al casino generale. Questo, però, non lo può pure fare a occhi spalancati? Sì che lo può fare; ma che c'è di nuovo?
Nulla, tranne che è sempre un casino sordido e schifoso. Mussolini il puzzone è tornato, qualche consenso lui se non il partito fascista repubblicano lo raccatta, e i tedeschi non sfollano finché gli angloamericani non arrivano alle porte di Roma. Bazzecole, eh? E intanto a Roma non si vive: Julie ha ragione da vendere. Dove sbaglia è nel credere alla favola della sollevazione. E i primi che non si solleveranno mai dalla poltrona sono proprio i signorazzi dell'intellighenzia. Ma non li ha visti in faccia, non li conosce pure lei fisicamente quei parolai? Sono tutti come suo marito e il degno compare Sinibaldi. Salvo che al contrario di loro due non circolano per la città: se ne stanno rinchiusi in Vaticano o nei conventi. Qualcuno s'è perfino barricato in un monacheto. Proprio come Oscar e il professore chiarissimo, però, quando si riuniscono ciarlano quasi immancabilmente di come sarà l'Italia del futuro e su chi ricade la responsabilità se il Paese s'è impantanato in questo mucchio di letame fetente. Si credono più intelligenti degli inglesi e soprattutto degli americani perché si considerano capaci d'astrazione. Mica gli è mai ruotato per il capo che la loro non è astrazione. È astrattezza 'vulgaris'.
Sente le voci di Oscar e del professore che si sovrappongono a quella di Julie. Non gli va d'ascoltare le fregnacce che dicono. Vorrebbe parlare a tu per tu con lei. Della resistenza, stavolta. Deve ripeterle, deve farle comprendere che l'unico corso d'azione possibile è quello su cui si sono incamminati gli ufficiali: prendere continue informazioni sui movimenti dei tedeschi e smistarle al Sud. La partecipazione dei civili è una scelta perdente. O non partecipa anima viva, o i pochi che partecipano provocano un bagno di sangue. Solo un pazzo sottovaluta la reazione dei tedeschi.
In quest'istante sente più nitida la voce di Julie. Lo eccita la cadenza inglese unita alla stupefacente padronanza della morfologia e della sintassi italiana e al timbro di voce profondamente arrochito dal fumo incessante. Gli ci vorrebbe un'altra tazza di tè con i chiodi di garofano per gustare in pieno il connubio della cadenza semistraniera con la lucentezza delle parole italiane che terminano tutte in vocale. Ci vorrebbe, ci vorrebbe, eppure non la può chiedere. Se la chiede finisce come il solito, e oggi lui non può trattenersi. No che non può: è ora di squagliarsela. E deve inoltre escogitare il modo di parlare un attimo a quattr'occhi con Julie senza che gli altri intuiscano le sue intenzioni e, porca miseria, il becco lo sta scrutando. Ma che cerca?
"Mi dispiace, Oscar: sono un peso morto."
"Un peso morto tu? Ma che dici. Abbiamo bisogno di uomini come te."
"Non ci vorrà mica abbandonare" dice il professore.
"Ma no... Temo però che adesso dovrò andare. Ho un appuntamento e se non mi muovo subito non ce la faccio a tornare poi a casa prima del coprifuoco." Stefano s'alza in piedi. "Vi saluto... professore... ciao Oscar, a presto. Julie, dove ho lasciato l'impermeabile?"
"Te lo prendo."
Lui la segue. Come sono nell'ingresso l'abbraccia e la bacia in bocca. "Vieni da me domani alle tre. Ti prego: non mi dire di no."
"E come faccio. Tomorrow I can't."
"Please. Be good."
Lei gli poggia la mano sulla spalla. "All right, darling."
Quattro
Londra, mercoledì 16 febbraio 2005
Ha ottantott'anni e non li dimostra. No, non li dimostra per niente. San Pietro però l'età sua la sa: povera mammà, non le resta molto da vivere. Povera mammà davvero. Hanno vissuto tanto insieme loro due soli dopo la morte di papà e lui non le si è mai affezionato come normalmente un figlio s'affeziona alla madre. Altro che complesso d'Edipo.
Brando prende la busta d'Old Holborn e s'arrotola una sigaretta con una cartina alla liquirizia. Non gliene importa un accidente di che penserebbe Petra se lo vedesse: ben venga perfino il cancro al polmone pur di farla finita con questa travagliata astinenza. E al diavolo quella che per lei sarebbe una polizza anticancro; al diavolo la bieca osservanza di tutt'i suoi precetti, la pavida acquiescenza ai suoi capricciosi sbalzi d'umore. Ha bisogno di respirare lui, d'essere finalmente se stesso.
"Ti dà fastidio se fumo?"
"A me? Semmai mi può fare rabbia."
Tira la prima boccata e gli pare d'udire la risata di scherno di Petra. Quanto sarebbe stato meglio se non avesse ceduto all'invadenza d'una donna sussiegosa, intransigente, e si fosse avvicinato un po' di più a mammà, almeno intellettualmente e spiritualmente. Forse avrebbe imparato qualcosa della vita. Indubbiamente di più di quello che ha imparato a scuola e a Oxford. O nelle strettoie che hanno afflitto il suo percorso pseudoconiugale. Mammà ha studiato per conto suo, non s'è presa il dottorato, e ciò nonostante è un'umanista colle carte in regola. Un'umanista con un carattere spigoloso pure lei, ma di cui ne ha fatto le spese suo padre e non lui. Roba passata, d'altra parte: fa parte della preistoria. E tra l'altro, al contrario di Petra, mammà non l'ha mai umiliato. Mai. Peccato che come gli capita sempre anche di questo se n'è reso conto troppo tardi.
"Allora... non mi dici nulla?"
"Cosa vuoi che ti dica?"
"Ma che te ne pare della mia idea, di come vorrei strutturare il programma?"
"Good, good."
"Non mi sembri convinta."
"Ma cosa ti devo dire."
"Quello che pensi."
"Te l'ho detto."
"E allora me li dai gli appunti?"
"Te lo vuoi ficcare in testa che non ce li ho gli appunti, che non ho scritto niente? Non tenevo un diario: se credessi in Dio te lo giurerei sulla Bibbia. Tra l'altro, pure se avessi scritto qualcosa, avrebbe un valore esclusivamente biografico. Non aggiungerebbe nulla al fiume d'inchiostro versato sull'argomento."
Brando la rivede tanti anni fa. Doveva essere il cinquantasei, perché in giugno faceva al Convitto l'esame d'ammissione alle medie. Rivede la gonna abbastanza sotto il ginocchio e svasata. E il tocco in testa simile a quello dei magistrati. Stavano in piedi in un bar del Corso, stretto e lungo, davanti a un dirigibile in miniatura che scaricava le bombe appena fritte su un enorme recipiente pieno di zucchero. Lui se ne mangiò sette, una dietro l'altra, calde fumanti. Mammà era ancora giovane, ma un po' meno delle madri dei suoi compagni di classe: doveva avere trentanove anni. Rideva contenta e gli diceva: Ti piacciono, eh? Ma la sera, a casa, non rideva mica più. Urlava; e lui dalla sua stanza sentiva che ripeteva a papà con un accento che allora non gli sembrava inglese come adesso: Non ce l'ho il diario, non ce li ho gli appunti...
"È tutto nella tua memoria, dunque."
"Tutto, Brando."
"E non ti va di dividere i tuoi ricordi con tuo figlio?"
"L'ho fatto, l'ho fatto tante volte, ma a te non basta mai."
"Ho l'impressione che tu m'abbia taciuto qualche particolare importante."
"Oh dear. Importante per te o per il programma?"
"Per me e per il programma."
"D'importante per il tuo programma? Ci risiamo: basta e avanza ciò che trovi in biblioteca. D'importante per te, per come la vedi tu, per ciò che ti sta a cuore, non c'è niente che io non abbia cercato di farti intendere non una ma mille volte. Sei figlio di tuo padre. Ma dato che continui a pescare nel torbido ti confesserò una cosa: Stefano Marras, sì, è stato il mio amante. Chi era, quali sono stati i suoi rapporti con tuo padre e con me, non ti riguarda. Sono ricordi miei: desidero portarmeli nella tomba. Non escludo che prima di morire mi possa venire la voglia di parlartene, sebbene, credimi,lo ritenga molto incerto."
"Silenzio assoluto, quindi. Non mi vuoi dare una mano?"
"Okey. Ti dico subito che sbagli a dipingere Stefano come il rappresentante tipico del combattente d'origine modesta che si getta allo sbaraglio contro l'oppressore."
"Ah, Stefano Marras non era un eroe dunque?"
"Mind you, meritava senz'altro la medaglia che gli hanno dato, ma non agì per convinzione. Era in ballo e ballava; e poiché aveva una sua dignità, quel giorno ballò da gentleman. E se si decise a ballare, ossia a rischiare di finire spappolato, la ragione è una sola, e cioè che era imprevedibile. Vedi, Stefano era un elitario... "
"Un sergente elitario? Questa è nuova."
"But he didn't come from the working class: veniva da un'antica famiglia sarda. Era un autodidatta come me; ma diversamente da me, che essendo donna lo sono stata per mancanza d'una alternativa appropriata, lui lo era per elezione, per il desiderio di distinguersi, per il rifiuto sia della cultura fascista, che a lui appariva ostentatamente volgare, sia della cultura dell'Italietta liberale, che a lui appariva slealmente democratica, sia della cultura marxista, che a lui appariva fallacemente scientifica. Non si poteva dire un autoritario, perché aveva a cuore la libertà e sebbene con una buona dose di paternalismo anche la giustizia sociale, ma in un certo senso, e superficialmente, direi epidermicamente, si identificava un po' di più nell'esercito. Non era diventato ufficiale, dato che non aveva il diploma di scuola superiore, e nondimeno trovava nell'esercito, a torto secondo me, quel non so che di nobile e generoso che si adattava alla sua natura cavalleresca. A ogni modo, per concludere, il suo difetto, se lo vogliamo chiamare difetto, era che non si sapeva armonizzare con nessuna delle tendenze politiche prevalenti e con nessuno dei canoni convenzionali di giudizio."
Canoni convenzionali... una persona al cento per cento restia a accettare la conventional wisdom è proprio lei. Pure nelle sciocchezze si discosta da ciò che è comunemente reputato accettabile o desiderabile. Brando s'arrotola un'altra sigaretta, e si guarda intorno. Che stanza, che soggiorno sui generis in un'insignificante semi-detached scelta per micragna. Mammà ha scritto saggi, saggi brillanti, impareggiabili, ma li ha scritti per sé, senza pubblicarli, senza guadagnare un penny. S'è chiusa qui a Richmond perché solo questa casetta si poteva permettere; e l'ha arredata con mobili che ha dipinto lei, con scaffali per libri che ha ricavato lei da palanche per costruttori. Litigava con papà, e come litigava, perché odiava i pezzi alto borghesi del ricco e imponente appartamento di Roma che piacevano così tanto ai carissimi amici di famiglia.
"Sai, non credo che tu e papà litigaste solo per i mobili."
"How can you be so indiscreet?"
"Maybe indiscretion is part of my character."
"Good. You answered your question yourself."
"Maybe you didn't mean it, but it's the first time you've said something unkind to me."
"Really?"
"I'm sorry. Forgive me for being so indiscreet."
"Never mind, but listen to me. Ci sono stati parecchi atti d'eroismo nella battaglia di Roma. I consigli sono spesso improduttivi. Dato che tu però hai sollecitato il mio, io te lo do: dimenticati di Stefano Marras; pizzica un modello d'eroe diverso. Ma considera che l'unica collaborazione che io ti posso offrire io non è una rosa di nomi. È semplicemente qualche riflessione mia, e quindi soggettiva, sulla Roma di allora."
"E ti potrei citare?"
"Certainly not."
"Sai, farebbe effetto se m presentassi non solo come uno storico dell'Italia ma anche come il figlio d'una donna inglese che nella resistenza ha avuto un ruolo non trascurabile."
"No e poi no, I am sorry. È patetico un figlio che cita la madre che nessuno conosce; addirittura osceno se l'intervista esibendola come un'esperta. D'altronde non ti direi nulla che non ti direbbe qualsiasi testimone di quel tempo che fosse genuinamente di sinistra. Perché io, e visto che ci siamo te lo ripeto per l'ennesima volta, rimango di sinistra nonostante gli sproloqui dei media occidentali che inneggiano alla morte delle ideologie."
"E che fai, me lo scrivi o me lo dici?"
"I'll let you know. Telefonami domani. Devo pensarci."
Cinque
Roma, lunedì 4 ottobre 1943
Mannaggia, con tutto che dopo che se n'è venuto non riesce a rimanere sdraiato sul letto più di cinque minuti senza fumare anche stavolta s'è dimenticato di mettere il pacchetto di Nazionali sul comodino. Sempre così. Sono poche le sigarette irrinunciabili, ma tra queste il posto d'onore spetta a quella dopo la scopata e il secondo a quella dopo il caffè.
S'alza di scatto. "Scusami ma mi devo accendere una sigaretta."
"Ne dai una anche a me?" dice Julie. "Me la fumo e poi mi rivesto e scappo."
"Come scappi?" Lui guarda l'ora: le quattro e cinque. "È ancora presto. Ti volevo parlare."
"Che mi volevi dire?"
"Aspetta... "
"Ho un po' fretta, Stefano. Oggi Oscar andava dal dottore e se quando torna non mi trova dice che me ne frego di lui. Sai, deve farmi la solita lagna e pretende che io gli stia accanto per consolarlo."
Dove le ha ficcate? Stefano toglie la giacca dalla spalliera della sedia e comincia a rovistare in tutte le tasche... Non ci sono... Ecco, stanno lì con i cerini; sullo sgabello. Come ci saranno finite? Ne accende una che dà a Julie e una per sé.
"Non li sopporto."
"Chi non sopporti?"
"Chi... chi... Lo sai. Oscar, Sinibaldi lo scornacchiato, e non solo loro due: tutta la combriccola. Julie, tu li devi sfanculare. Non dico tuo marito, per amor di Dio, ma gli altri sì. E subito. Io non ho capito bene quello che hanno in mente ma capisco a prima botta che qualsiasi cosa faranno causerà una rappresaglia brutale. Dà retta a me: non immischiarti."
"I can't."
Stefano la esamina. Perché ha questo vezzo, perché dopo che hanno fatto l'amore non può fare a me di esaminarla, squadrarla? Che è, gli piace meno dei primi tempi, s'è stufato? Ma Julie ha un bel viso, ha bei capelli rame. E ha tante altre caratteristiche, se è per questo. Tante. E molte che col sesso c'entrano come i cavoli a merenda. È inglese, tanto per elencarne una. Inglese sul serio. Non sente mai freddo. E infatti se ne sta così, nuda sul letto, senza bisogno di coprirsi. Col sesso c'entra però che si sta sciupando, sta dimagrendo. È quasi appassita. Non è mai stata una donna che colpisce per le sue forme, ma ora le gambe sono diventate troppo secche per tutt'i gusti.
"Te lo ripeto, non immischiarti. Julie. Non essere cieca: per te la resistenza è diventata un'ossessione. Non lo vedi che ti sta consumando? Ascoltami, fidati di ciò che fanno i militari alla macchia. Passano informazioni al Sud consentendogli di equilibrare la manovra tattica in funzione degli spiegamenti tedeschi. È l'unica attività giudiziosa e ragionevole, e darà i suoi frutti. "
"Me l'hai già detto, Stefano, e t'ho risposto. Non possiamo andare in ibernazione sperando che gli alleati vengano a liberarci al più presto."
"Stammi a sentire, per favore. Che cosa pensate di fare? Mica sarete tanto pazzi da andare a sobillare la gente per la strada, spero. Bene, allora l'unico modo di parlare alla popolazione è stampando fogli clandestini e manifesti murali. Lo sai che cosa succede non appena iniziate la distribuzione? I tedeschi perquisiscono tutte le tipografie con la loro abituale signorilità e passano da una retata all'altra. Risultato? Uno, l'insurrezione non c'è stata, perché la gente non s'è mossa. Due, centinaia, ma che dico, migliaia di padri di famiglia vengono schiaffati in carri bestiame e portati nei campi di lavoro in Germania. E così la resistenza che per voi conta più dell'adorata mammetta invece di convogliare su di sé il consenso popolare si becca l'odio di tutta la cittadinanza. Sono stato chiaro?"
"È una questione di dignità. Te l'ho detto: non possiamo rimanere inerti... "
"Ma fammi il piacere. Non mi dire che il prezzo da pagare non ti sembra troppo alto perché non ci credo."
"Ma vedi, noi non pensiamo di stampare giornaletti e attaccare manifestini. Vorremo... il Comitato di liberazione vorrebbe formare dei gruppi di tre o quattro persone al massimo capaci di compiere colpi di mano contro postazioni militari."
"Oh Gesù. Follia, pura follia. Sai quanta gente sbudellano i tedeschi per ognuno di loro che viene accoppato o per ogni obiettivo militare che salta in aria? Quei ciarlatani del comitato, il Sinibaldi e, guardiamoci in faccia, anche tuo marito, sono tutti senza distinzione in preda a un vaneggiamento raccapricciante. La loro è una spericolata fuga dal reale, la loro visione del plausibile e dell'auspicabile rimbalza da uno specchio deforme; ma a te... a te, vorrei sapere, che t'ha detto il cervello?" Ma che gli ha detto a lui, il cervello. Non aveva mai attaccato Oscar parlando con lei: ora che gli prende? "Scusa, Julie. Perdonami."
"Tu ne sei fuori. Non ti preoccupare. Ci ho pensato io: gliel'ho detto ieri dopo che te n'eri andato. Lasciatelo stare, gli ho detto: è troppo provato."
"Ah, perché, volevano mettere in mezzo pure me?"
"Oh dear, te l'ho detto: non ti preoccupare."
"Ma chi si preoccupa, chi si preoccupa. È scontato che io ne sto fuori: sai i calci nelle palle che gli affibbio se solo provano a propormelo. Io non mi preoccupo per me. Mi preoccupo della popolazione."
"La popolazione, sì... All right. But we're at war... Rome's become a war zone, remember?"
"Questa è nuova. Una zona di guerra dove il nemico lo dovrebbero fronteggiare donne e bambini comandati da generali della tempra del nostro Sinibaldi."
"No, non donne e bambini. Semmai partigiani, combattenti: i tedeschi potrebbero fucilare i prigionieri destinati alle camere di tortura. È atroce, lo so, ma ricordati che la tortura è peggio della morte. E del resto siamo in guerra, no? Qualcuno dovrà pure morire, non lo sai? E con l'azione, ossia colpendo qualche base, qualche postazione chiave, collocando qualche bomba qua e là, magari anche subendo perdite, causando la morte di prigionieri e ostaggi, si creerebbero le premesse per la sollevazione della cittadinanza."
"Io non ti riconosco. Tu sei pazza. Pazza da legare. Stento a credere che al comitato si crogiolino in questo ragionamento strampalato. Macché strampalato: amorale, crudele. Non mi meraviglierei se l'idea fosse parto di Oscar e del Sinibaldi e di qualche loro illustrissimo amico che conosco molto bene. Mi meraviglia però come siano riusciti a convincere una donna colta, intelligente e equilibrata."
"Se alludi a me mi costringi a dirti che forse non sono né colta, né intelligente, né equilibrata."
"Incredibile, incredibile."
"Guarda che non sono stata plagiata."
"Ah no?"
"Ma Stefano... se della popolazione, della cittadinanza, non te n'è mai importato niente."
"Ah sì? Ma che dici."
"All right, te ne importa. Allora ti faccio un paragone. Sai cosa ha sofferto la popolazione di Londra? Te l'ha detto mai nessuno cosa soffrono i soldati inglesi che fanno la guerra da quattr'anni?"
"E non ti ricordi che la guerra l'ha fatta pure questo cretino contro quei poveri soldatini. E che un mese fa, sempre questo cretino, l'ha fatta pure contro quegli altri cherubini dei soldati tedeschi?"
"All right, mettiamo da parte i soldati. I londinesi non hanno patito meno di quanto patirebbero i romani se noi riuscissimo a mandare in porto i nostri piani. La questione predominante è farla finita. Pazienza se per liberare la città morirà qualche romano. Sai quanta gente è morta a Londra?"
La guarda e gli fa schifo. Lei comincia a vestirsi e gli fa ancora più schifo. Magra come un'acciuga. Con le gambe ridotte a due stecchini. Col petto che è sempre stato povero ma che adesso appare ancora più gracile. Più gracile e paradossalmente addirittura cadente. La pelle, non c'è dubbio, è sempre liscia, levigata, e il viso luminoso. Ma la dolcezza dello sguardo s'è dileguata: al suo posto ci sono due occhi verdastri, grandi e belli e insieme spietatamente pungenti. No, non spietati: sanguinari. Sanguinari come quelli che quando si sono rivisti gli ha piantato addosso Febe. Che, porca bestia, l'avrà anche mollato, che si sarà finanche sposata con quel semignorante del Montalto, che sarà anche fascista, ma che almeno ha le gambe e le tette dell'emiliana voluttuosa.
"Vattene, Julie. Non ti fare più vedere. M'hai nauseato. Vattene da tuo marito, che prima d'essere mio parente o cugino che dir si voglia è un trombone e una merda e resterà per tutta la vita un trombone e una merda. Hai capito? Vattene. Taglia. Sparisci."
Sei
Londra, giovedì 17 febbraio 2005
Ci avrebbe scommesso. Non riesce a concentrarsi qui dentro. Tutti gli dicono: Che fortuna questo garden flat, Brando, e più glielo ripetono più gli rammentano la pochezza della sua abitazione. Fair enough, a loro, a tutti, fa effetto un indirizzo a Gloucester Road. Il prezzo delle case sta salendo: la zona è centrale e ormai la si confonde facilmente con la parte meno caotica di South Kensington. Ma la sua è una casa misera, infelice: un giardinetto che non è che l'interrato della costruzione, e due camere e un soggiorno minuscolo che rammentano le sinuosità d'una spelonca. Una spelonca buia e ammuffita, che lui cerca di tenere in ordine e che Petra mette regolarmente a soqquadro rendendola ancora più inospitale di quello che è.
Fosse solo il disordine comincerebbe pure a preparare la scaletta ma magari fosse solo il disordine. È stato precipitoso ieri a dire subito di sì alla BBC: non lo immaginava che Petra avrebbe completato l'opera di distruzione? Non si poteva sbagliare. E infatti non s'è sbagliato: s'è soltanto illuso. Illuso che a lei sarebbe passata e che lui, lavorando di buzzo buono, avrebbe spulciato le fonti e abbozzato le coordinate che inquadrano il periodo. Niente. Non ha letto e non ha annotato niente, non ha pensato a niente. Non si può pensare quando negli orecchi risuonano parole più furiose delle scudisciate, più letali del cianuro.
Brando, perché m'hai telefonato in ufficio? Ti volevo venire a prendere. A chi lo racconti? Ti volevo venire a prendere per andare a mangiarci una pizza fuori. Ah sì, e ti facevi la strada fino all'Orto botanico per strafogarti con una pizza? Ero andato a Richmond, ero andato da mammà. Bugiardo, tu mi volevi sorvegliare, tu non mi dai retta, tu vuoi averla vinta costi quel che costi. Chiedi a mammà: se le telefoni te lo conferma lei che ero andato a trovarla. E falla finita, idiota, di chiamarla mammà: non sei più un bambino, sei un uomo oramai... you're sixty, remember? You like pizza: I thought you'd fancy one. Maiale, lercio maiale: l'ho capito tardi chi sei, mi sono accorta tardi della tua petulanza da ragazzino viziato. Eh sì, ora anche viziato m'hanno. Il prete; il prete dovevi fare. Ma non t'arrabbiare: ti volevo fare una cortesia. Subdolo, sei subdolo, viscido; non t'arrendi; sei geloso; segui i miei sguardi; studi le mie mosse; non aspetti che mi calmi; mi infastidisci colla tua ingerenza, colla tua penosa sfacciataggine; vuoi scoprire se e quando io m'assento dall'ufficio perché hai paura che io vada con chi sa chi... e menti, menti, menti sfrontatamente. Dunque tu non credi che ero andato da mia madre? E chiudi quella boccaccia, falsone. E chiudila tu la bocca una volta per tutte. A schiaffi, ti dovrei prendere a schiaffi, putrido pusillanime, buono a nulla che non sei altro: pensi che perché sono una donna mi manchi l'ardire per farti una faccia di schiaffi?
Che mascalzona. A schiaffi... glielo blocca al volo colla mano così lo schiaffo. Ma il torto è suo. È un indeciso, gioca, invece di procedere, si trastulla in una perpetua altalena: un momento pensa di rattoppare, un momento di squagliarsela, un momento la detesta, un momento la venera. Deve uscire da questa impasse, liberarsi da questo stato d'incessante incertezza. Sono le sei e dieci: alle sette telefona a mammà. Ma certo: mammà. Lui l'ha sempre chiamata mammà e continuerà a chiamarla mammà. Capito? ora si piglia gl'insulti perfino per come chiama sua madre. Bisogna sbrogliare la matassa prima della telefonata. O Petra vuole rimanere con lui, e allora la dovrà smettere d'aggredirlo con la sua insolenza. O vuole chiudere, e allora sarà molto meglio per entrambi chiudere stasera stessa. Come suonano quei due versi di Antonio Machado? Caminante, no hay camino: se hace camino al andar. Perfetto. Non c'è cammino, o viandante: il cammino si crea camminando. Non esistono percorsi fissi. Sarebbe bella; perché adesso è vecchio e a lei è passata la scuffia per lui, lui si condanna a sgambettare nell'inferno delle mura ammorbanti di casa sua.
Gli tremano le mani. Visto a che s'è ridotto. Teme il colloquio perché sa che come rivolge la parola alla propria donna lei lo ricopre di vituperi. Ci sarà però un modo per farsi ascoltare, no? No, non c'è, non c'è più, dato che s'è tramutata in iena e lui ne ignora il motivo... Forse uno, se Petra non fosse ancora giovane, potrebbe essere l'inizio della menopausa. Ma non è questo il nocciolo della questione. Perché anche se si trattasse delle prime avvisaglie, di uno scompenso che precede la fine del ciclo e che investe solo l'apparato nervoso, bisognerebbe sempre stabilire se lei attribuisce a lui una colpa che fino a qualche tempo fa tollerava e che ora, nella sopraggiunta instabilità emotiva, non gli perdona.
I suoi insuccessi, la sua inattività accademica, sono da scartare. Petra è una scienziata: nessuna scienziata, anche se ordinaria, anche se con i nervi scossi, supera i limiti della decenza cedendo a tali bassezze solo perché il compagno non si dà da fare o non si mette in mostra. Viceversa compatibile con la sua cultura, con la sua intelligenza, è l'ipotesi che di fronte all'incipiente declino della riproduttività lei ingigantisca incontrollatamente il risentimento che nel subconscio covava verso di lui per le sue sporadiche scappatelle di anni fa. Se è così, però, non è il caso di compiere passi affrettati. E questo anche per un'altra ragione su cui vale la pena di soffermarsi con accortezza, senza tentare d'autogiustificarsi...
No, non sta andando fuori rotta. Oggigiorno non è raro vedere donne dell'età di Petra che mettono al mondo il primo figlio. Donne che lavorano, che hanno anteposto tutto alla competizione senza ritegno e che d'improvviso, dopo avere inseguito le gioie che credevano di trovare nell'affermazione sociale, scoprono quelle che potrebbero ricavare dalla maternità. Certo, Petra non è come loro. Non ha mai cercato consensi formali o popolarità tra i glitterati: ha sgobbato e gettato il sangue in un campo in cui non milita gente vanagloriosa e velleitaria. Il che tuttavia non esclude che, avvicinandosi sia pure lentamente al tramonto, non possa avvertire un senso di incompiutezza femminile. Ma se un figlio è ciò che desidera, non è lui l'uomo che può darglielo.
Stacco, dunque; qui gli ci vuole uno stacco. Deve riorientare la cinepresa sostituendola all'occhio di Petra una volta assodato che la sua petulanza, la sua vera o presunta inopportunità nelle domande, i suoi forse maldestri tentativi di compiacerla si innestano in un complesso di sensazioni che non aveva contemplato. Occorre abbandonare il percorso, imboccare una nuova via. Non è la solita altalena: è l'adattamento della sua condotta alla luce dei messaggi impliciti che gli comunicano gli scatti inconsulti di lei. Nel subconscio Petra nutriva rancore per i suoi tradimenti. Un rancore che è esploso quando il desiderio d'un figlio l'ha messa di fronte alla dolorosa frattura tra le sue aspettative di donna e la sterilità del suo uomo.
Eppure, intuitivamente, non sarebbe aberrante concludere che lei tiene ancora al loro rapporto. È stata molto innamorata, e sessualmente soddisfatta. Vero, lui non è più giovane; le sue prestazioni, né nella durata né tanto meno nella frequenza, assomigliano a quelle impetuose d'una volta. Con gli anni, però, il suo aspetto è migliorato. Lo si arguisce dalla presa che esercita sulle studentesse e da quello che gli ripetono le colleghe. È alto e tuttora alquanto atletico. Cammina eretto, con passo svelto. Ha gli occhi celesti; usa gli occhiali solo per leggere. Il viso è liscio, o meglio, è rugoso quel tanto che basta per assegnargli, al pari del grigio dei capelli, una nota di maggiore distinzione. Sa conversare, ha un discreto savoir faire nel contatto a due. Non è solo presunzione: queste sono le caratteristiche che gli riconoscono perfino i suoi detrattori. Naturalmente c'è un big but. Nel dialogo con Petra si sforza di rendersi gradito e invece toppa, toppa bestialmente. Non deve toppare più.
Deve agire con diplomazia. Con diplomazia? No, non solo con diplomazia, ma anche facendo leva sul suo sesto senso... Perbacco, non ci aveva pensato prima: un'adozione, non potrebbero adottare un bambino? Perché no? Eccolo lo sbocco, lo snodo. Ma non è troppo vecchio per l'adozione? E c'è da domandarselo? Più attempato di così: avrà ampiamente passato i settanta quando il bambino sarà un teenager. E oltre al resto, che cosa prevede la legge in materia? Be', semmai potrebbero decidere per la fecondazione artificiale. Comunque sarà necessario informarsi, su tutt'i fronti... ma per questo c'è tempo. Intanto ne può parlare con lei, vedere cosa gliene pare, come la prende.
Per ora però prende l'appuntamento con mammà, e lascia trascorrere quarantott'ore prima d'intavolare il discorso con Petra. E così, quando arriverà il momento, avrà finalmente completato lo schizzo del programma e potrà quindi partire illustrandoglielo senza sollecitare la sua opinione e senza divagare con domande sul suo umore. Se la conversazione prosegue senza intralci, troverà, con delicatezza, prendendola larga, il modo d'accennare alle famiglie nucleari formate nel primo dopoguerra. Qui, delle due l'una. L'argomento non la scuote? Okay, lui getta la spugna. Lei si mostra ricettiva? Magnifico, lui tasta il terreno: Non ti piacerebbe un bambino? Io lo desidererei più di quanto non immagini.
Sette
Roma, Ognissanti 1943
S'è lasciato ponte Sant'Angelo alle spalle e affretta il passo. Se si tiene sulla sinistra e poi costeggia il colonnato e procede per l'Oratorio di santa Monica poco dopo dovrebbe trovare un'edicola e, ancora a sinistra, la salita di via delle Mura Aurelie. Può pure essere che, anche se capita lì senza preavviso e senza una scusa pronta e persuasiva per l'improvvisata, a lei non dispiaccia vederlo, visto che il marito l'ha lasciata sola per correre al Nord. Sempre che ci sia, sempre che nessuno l'abbia invitata a colazione. Non si sa mai, anche coi tedeschi tra i coglioni oggi rimane un giorno di festa.